giovedì, Dicembre 2, 2021

Black Flag, What The … Army of Ginn e i ritornanti

Da che mondo e mondo, l’anno che si chiude porta con sé considerazioni e bilanci. Se – alla distanza critica di tre mesi – volessimo provare a definire l’essenza del 2013 appena trascorso, potremmo azzardare che è stato caratterizzato da una serie di ritorni sulla scena ben poco prevedibili. Una tendenza che, peraltro, non accenna ad invertire la rotta: basti considerare il recente exploit di Neneh Cherry. Per quel che ci compete, in questa sede ci limiteremo a ricordare i casi di Carcass e Black Flag, due leggende dell’hard tornate a pubblicare a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, dopo uno iato protrattosi svariati lustri. Se per i primi Surgical Steel ha rappresentato un meritato – seppur tardivo – riscatto, la questione che sta dietro alla rinascita dei secondi è leggermente più complessa. Dobbiamo anzitutto tener presente che, negli ultimi dieci anni, il nome della band aveva ricominciato a circolare in maniera considerevole. Questo grazie ad una serie di pubblicazioni specifiche che analizzavano rispettivamente il portato culturale dell’indie rock Americano (Our band Could be your Life di Michael Azerrad, originariamente pubblicato nel 2001 e uscito criminalmente in ritardo nel bel paese con il titolo American Indie 1981-1991), dell’hardcore (American Hardcore di Steven Blush, pubblicato nel 2001 e poi trasposto in documentario nel 2006) del post-punk (il celebre tomo di Simon Reynolds pubblicato nel 2005) e del punk in senso lato (il bel documentario Punk Attitude di Don Letts, datato anch’esso 2005), ognuna delle quali tributava ai nostri il meritato riconoscimento. Tutto questo può aver convinto Greg Ginn che l’opportunità di mettere a frutto il proprio passato era finalmente giunta. E come dargli torto? Nonostante gli allori raccolti in ambito underground, durante gli anni ’80 i Black Flag ottennero ben poche soddisfazioni in termini economici, sopravvivendo ai limiti dell’indigenza. Ma ciò che nello specifico deve aver motivato il chitarrista di Hermosa Beach, è stata l’ansia di strappare agli ex-colleghi il monopolio su un’eredità condivisa. Un’eredità che Ginn sente – probabilmente a ragion veduta – soprattutto come sua. Non è un mistero che gli OFF! di Keith Morris (peraltro ottimi) mutuino integralmente la propria estetica dai Black Flag prima maniera (con tanto di artwork a cura di Raymond Pettibon).

Gli intenti celebrativi di un gruppo come i Flag (che riunisce una serie di ex-membri e che, di fatto, costituisce una cover band di lusso), sono poi sotto gli occhi di tutti. A seguito di reciproci scambi di insulti e spiacevoli controversie legali, Ginn ha deciso di opporre alla deriva nostalgica dei suoi ex sodali un vero e proprio album di inediti (il primo dal 1985), per il quale ha riesumato orgogliosamente l’antico monicker. Un’operazione rischiosa, sulla quale si è prevedibilmente rovesciato un fiume di merda, tracimato a partire dalla impietosa stroncatura di Pitchfork (4,9) e gonfiato oltre misura dai sarcastici commenti (fossero essi relativi all’atteggiamento autoreferenziale di Ginn, alla presunta povertà dei suoi testi o all’orrida immagine di copertina) che ogni scribacchino on-line ha voluto riservare all’opera, nel tentativo di apparire più duro, più puro e più (è proprio il caso di dirlo) hardcore dei suoi colleghi. Posto che l’insanabile frattura tra il mastermind dei Black Flag e il fratello Raymond ha effettivamente privato il gruppo di uno dei suoi punti di forza – il leggendario artwork dalla valenza iconica – chi scrive sente il dovere di spezzare una lancia a favore di Ginn, della sua audacia e della sua continua capacità di rinnovarsi, confutando almeno in parte le critiche mosse ai danni dell’artista.

È pur vero che – secondo un trend rimasto invariato fin dal 1976 – lo spilungone si rivela il fulcro dell’intera operazione: autore unico di musica e testi, su What The … Ginn suona la chitarra, il theremin e si occupa anche delle linee di basso. Se solo il nostro avesse deciso di utilizzare la drum machine di cui si è avvalso in tempi recenti, avrebbe potuto fare a meno anche di Gregory Moore, batterista solido ma sostanzialmente anonimo (il cui contributo, non a caso, è tenuto piuttosto basso nel mix). Tuttavia, ciò che salva What The … dall’essere un mero one-man-show è la preziosa presenza del redivivo Ron Reyes alla voce. Anello di congiunzione fra i farfuglii à la Rotten di Keith Morris e le urla ferine di Dez Cadena (prima) e Henry Rollins (poi), Reyes era fin’ora apparso esclusivamente sull’EP Jealous Again (1980) e su alcune registrazioni inedite, raccolte in seguito su Everything Went Black (1982). Per il sottoscritto, tuttavia, la sua interpretazione di Clocked Inn si è rivelata indimenticabile e ha dato il via ad un flirt di lunga durata. Forse Ron non sarà un frontman carismatico come il più celebre Henry, ma la sua voce da eterno adolescente scazzato possiede un carattere unico. Su What The … il nostro si riappropria a pieno diritto del microfono, e svolge il suo sporco lavoro in maniera egregia. Com’era prevedibile, il piglio appassionato, disperato e violento di Reyes si adatta perfettamente ai brani più tirati; ciò che invece sorprende è il tono roco e bluesy sfoderato dal cantante su Now is the Time o Off My Shoulders, composizioni che sembrerebbero scritte appositamente per Rollins e che, in barba ad ogni previsione, risultano comunque credibili. Passando agli aspetti prettamente compositivi dell’opera, sarebbe il caso di sfatare subito le voci secondo cui What The … denoterebbe un calo di ispirazione a livello lirico, se non addirittura uno scivolamento dei testi verso il ridicolo.

Ginn non è esattamente un poeta, chiunque si scomodi ad analizzare il libretto di uno qualunque dei suoi album può rendersene conto. Ma altrettanto palese risulta la continuità delle tematiche trattate in What The … rispetto al corpo della produzione Black Flag. Forse che osservazioni come “Depression’s got a hold of me / Depression, I gotta break free / Depression’s got a hold on me / Depression’s gonna kill me” (da Damaged, 1982) o “Loose nut in my head / A bolt of lightning between my legs / I can’t think straight, my mind’s a mess / I only see straight when I’m being led” (da Loose Nut, 1985) denotano un approccio da laureati alla materia testuale? Come dichiarato apertamente e più volte dal diretto interessato, i Black Flag rappresentano per Ginn la possibilità di urlare al mondo le proprie frustrazioni, secondo una personale interpretazione del lessico blues. Che il problema consista in una generale insoddisfazione a livello esistenziale, nel senso di isolamento o nella mancanza di fica poco importa. Certi temi tormenteranno l’essere umano in eterno, e proprio per questo mantengono una valenza universale che trascende i limiti temporali. Accanirsi contro l’autore su questo piano ha senso quanto contestare la legittimità dei testi di Charlie Patton o Son House.

E la musica? Per quanto tale affermazione possa risultare eretica, nell’opinione di chi scrive What The … rivela alcuni dei migliori passaggi all’interno del catalogo Black Flag. Con una capacità di sintesi che ha del miracoloso, Ginn è riuscito a comprimere l’attitudine progressive-punk di album come Slip It In (1984) o In My Head (1985) all’interno di un formato nervoso e conciso (pochi brani superano i due minuti di durata) che rimanda piuttosto al primo periodo della band. Ne risulta un nuovo canone stilistico, declinato secondo tre direttive principali. Alla prima appartengono i brani esplicitamente bulldozer, quelli che saltano dritti alla giugulare nel più classico stile punk. Ma attenzione ad inquadrare il termine con la dovuta cautela: nonostante si miri all’essenziale, stiamo comunque trattando qualcosa di infinitamente più malsano e contorto rispetto ai Ramones. Ginn è da sempre conosciuto per un approccio poco ortodosso alla sei corde, per la sua capacità di enfatizzare passaggi armonici apparentemente errati, per un’indole più vicina al free jazz che al rock. E dunque l’opener My Heart is Pumping (con quel meraviglioso riff ascendente che cita Evil Dead dei Death, un’influenza plausibile considerata la passione di Ginn per il metal), la rabbiosa The Chase, la cupa Lies sono pugni nello stomaco, sì, ma procedono per vie traverse, differenziandosi profondamente dal tipico brano punk di tre accordi. Stupiscono in misura perfino maggiore i brani ascrivibili al secondo filone, quello che svela l’inedita infatuazione di Ginn per il groove. Blood and Ashes o Now is the Time sono numeri a loro modo affini al funk: le cadenze rigidamente marziali, tuttavia, tradiscono un approccio metallico e muscolare che separa nettamente lo stile del gruppo dalla musica nera. Esemplare da questo punto di vista la splendida Down in the Dirt, in cui Ginn dà prova del suo genio incastrando tre diversi riff sul medesimo giro di basso, per poi sfociare in un ritornello costruito su di un singolo accordo. Ci sono infine composizioni che propendono in maniera più decisa verso un suono di chitarra freddo, spigoloso e paranoico, qualcosa a metà fra il rockabilly e Lark’s Tongues in Aspic Part II. Magistrale in questo senso Wallow in Despair (per chi scrive la vetta assoluta dell’opera), che inizia come un mare in tempesta per poi evolversi attraverso continui cambi di tempo. E a seguire Slow Your Ass Down, Go Away, To Hell and Back. A fronte di tanta qualità, chi scrive sarebbe tentato di gridare al capolavoro. Il condizionale tuttavia è d’obbligo. Se infatti esiste un fattore che impedisce all’opera di spazzar via ogni perplessità, è la ripetitività delle trame sonore. Ogni singolo riff, analizzato a prescindere dal contesto, può essere definito geniale.

Ma un ascolto complessivo rivela che, con l’avanzare del minutaggio, le similitudini fra un brano e l’altro tendono a farsi più evidenti. In alcuni casi si va ben oltre i rimandi interni, sconfinando nell’autocitazione. Una volta esaurito l’effetto sorpresa il problema si presenta con particolare urgenza, tanto che la seconda facciata dell’album si salva solo grazie alla presenza della già citata Off My Shoulders, un esaltante hard boogie sul modello ZZ Top. In tale contesto un contraltare compositivo (un Chuck Dukowski, un Bill Stevenson) avrebbe sicuramente giovato. Rimasto padrone incontrastato del campo, Ginn ha invece dato sfogo alla propria creatività in maniera ipertrofica, partorendo 22 brani laddove ne sarebbero bastati la metà. Ma c’è di peggio. Mentre queste righe vengono scritte, la partecipazioni di Ron Reyes alla reunion dei Black Flag è già storia. Silurato per presunte divergenze artistiche, il cantante è stato sostituito in Gennaio dallo skateboarder professionista Mike Vallely, fedele adepto del culto di Ginn e già suo collega nei Good for You. Cade così l’ultimo ostacolo che impediva al chitarrista di rendere il gruppo una mera estensione della propria personalità. Niente di nuovo in casa Black Flag, comunque. Come ha osservato al riguardo Henry Rollins, “se chiedete ad un qualunque ex membro della band perché se n’è andato vi risponderà con due parole. La prima è ‘Greg’. La seconda è ‘Ginn’.

 

Federico Fragasso
Federico Fragasso è giornalista free-lance, non-musicista, ascoltatore, spettatore, stratega obliquo, esegeta del rumore bianco

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