lunedì, Luglio 4, 2022

Piers Faccini, l’eterna sfida del songwriting: la foto-intervista

Quando dipingi e quando scrivi musica, l’ispirazione viene dalle stesse cose o ha fonti diverse?

Penso che possa venire dalle stesse cose, anche se per me la pittura è legata al silenzio. Per esempio adoro un pittore italiano, Morandi, perché adoro questo silenzio che sembra emergere e vibrare dai suoi quadri, quindi anch’io immagino i quadri con lo stesso silenzio; al tempo stesso molta gente mi dice che la mia musica è molto pittorica e ciò mi dice chiaramente che essere pittore influenza in qualche modo la mia musica.

Tornando a parlare di musica e del tuo disco, mi sembra che questo sia il tuo album più “classico”, nel senso che hai puntato quasi tutto su testo e melodia e null’altro. È una giusta interpretazione? E a cosa è dovuta questa scelta?

Sì, è così. Più faccio album, più mi rendo conto che mi piace l’idea di realizzare una cosa diversa dalla precedente. Per riuscirci bisogna affrontare un concetto molto solido. Ogni songwriter ha dei mezzi e delle formule che sono naturali, li ho anch’io, ma voglio continuare a utilizzare il mio stile di scrittura senza ripetermi. Quindi all’inizio del lavoro su un album cerco di darmi delle limitazioni, in modo da rendere ciò che faccio diverso rispetto al passato. Questo effettivamente è il mio album più “vicino a casa”, nel senso che ho sempre fatto cose molto influenzate dalla musica del mondo, soprattutto dell’Africa, ma anche con alcuni colori del Mediterraneo e del Medio Oriente, mentre questa volta volevo rimanere più sulle isole britanniche, quindi ci sono colori diversi, forse un po’ più di nebbia e meno sole.

Il mio brano preferito del disco è Broken Mirror. Puoi raccontarci qualcosa di più su questa canzone?

La KCRW di Los Angeles ha passato molto questa canzone, definendola come un matrimonio perfetto tra Nick Drake e Greensleeves, quindi qualcosa di molto antico con un’anima da songwriter inglese. Effettivamente io cerco sempre nelle mie canzoni qualcosa di oggi, ma anche qualcosa che sia la mia idea di tradizione, anche perché non ho una tradizione vera e propria dietro le spalle, quindi la invento. Nella canzone c’è questa mia idea legata al folk britannico. Secondo me quello che funziona bene nel brano è che è sia una ballata, che rimane molto omogenea con il resto dell’album, ma al tempo stesso rimane sottilmente molto ritmico, grazie al giro di chitarra soprattutto. Diciamo che è uno dei brani che mi ha mostrato il colore che volevo per l’album. Ha qualcosa di molto intimo, sussurrato, ma sottilmente dietro appaiono tante parti ritmiche.

Hai citato Nick Drake, è tra le tue influenze quindi?

Sì, ma devo dire che in Italia specialmente c’è una certa ossessione per Nick Drake o almeno per etichettarmi in quel modo. Questo non succede in America, in Inghilterra o in Canada, o almeno non nello stesso modo. Io non ho nessun problema a dirlo, ovviamente sono fan della sua musica, però lo sono anche di tanti altri, come John Martyn, Davy Graham, Bert Jansch, John Renbourn, Richard Thompson, Martin Carthy, tutta questa generazione assolutamente fantastica di cantautori o cantanti e chitarristi degli anni settanta.

Tra i cantautori di oggi c’è qualcuno che ti piace particolarmente invece?

Mi piace molto il modo di scrivere di Will Oldham o Bill Callahan, quindi un genere un po’ più americano. Poi mi piace molto un gruppo inglese, che si chiama The Unthanks, che forse è meno legato al songwriting e più alla reinvenzione della tradizione. Anche se per me il songwriter assoluto ancora vivo è Leonard Cohen, il guru di tutti. (continua nella pagina successiva…)

Fabio Pozzi
Fabio Pozzi
Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.

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