martedì, Settembre 29, 2020

Sobytie (The event) di Sergei Loznitsa – Venezia 72, Fuori Concorso

Tutto ciò che si guarda esiste prima nella nostra memoria” ha detto il regista/documentarista ucraino Sergei Loznitsa.
E se la memoria è un cine-occhio, il compagno sovietico Dziga Vertov aggiunge: “Io sono un occhio. Un occhio meccanico e sono in costante movimento!
Venticinque anni non sono molti per scrivere la Storia che ha bisogno di distanza e tempi lunghi di sedimentazione, ma per decidere cosa guardare e come farlo non serve tanto.
L’uomo con la macchina da presa si aggira per le piazze di Kiev (Maidan, 2014), passa sui ponti di Sarajevo (Riflessioni in Les ponts de Sarajevo, 2014) si ferma nelle piazze di Leningrado /San Pietroburgo, appoggia il cavalletto a terra e filma.
Sobytie (The event) si chiede se quella sovietica dell’agosto 1991 fu davvero una rivoluzione.
Quel mattino le quattro emittenti radio del Paese invece del notiziario mandarono in onda Il lago dei cigni. Čajkovskij restava pur sempre “il compositore più russo di tutti i musicisti del mio paese” aveva detto Stravinskij nel ’25, e quello era il momento di far appello al senso di Patria della popolazione.
E allora Sergei Loznitsa che fa?
Divide la sua preziosa raccolta di riprese dell’epoca in tanti segmenti e li stacca con pochi secondi a schermo vuoto su cui spara il famoso incipit. Quattro, cinque, sei volte, ci si dimentica di contarli, tanto si resta frastornati dall’ingresso volteggiante di quelle note immortali.
Serve a dimenticare, a volare in altre dimensioni, ma poi si torna in qua e si pensa che quello, purtroppo, fu un vero colpo di Stato nel senso negativo del termine, di cui scontiamo ancora oggi, nel mondo intero, le conseguenze.
La gente non capì, questo Loznitsa mette molto ben in evidenza nel montaggio del materiale d’archivio, accuratamente conservato fin da allora da cine-operatori preveggenti.
Nessuna voce fuori campo, nessun commento, solo immagini di masse attonite, preoccupate o sorridenti, in attesa di capire qualcosa, che guardano in alto davanti a sé in silenzio, composte come soldatini. Sui balconi o sulle tribune si alternano funzionari di governo, uomini degli apparati politici, perfino un Pope che non manca mai a ribadire la nota unità Stato/Chiesa. Tutti con belle parole promettono democrazia e felicità, quindi invitano a tornare al lavoro, la situazione è sotto controllo
Il colpo di stato dell’agosto del 1991 contro Michail Gorbačëv riprende vita, suono e movimento, realtà e artificio non sono più antitesi ma fusione, uno stacco inaspettato del montaggio, un piano sequenza e la nuova realtà del cinema nasce lì, sotto gli occhi della Storia.
Quando l’attualità diviene evento” era la didascalia di  Maidan,  Cannes 2014, Riflessioni è il titolo di uno  dei cortometraggi più belli fra i tredici di Les Ponts de Sarajevo, spesso il cinema sa raccontare la Storia svelandone la faccia nascosta.
La protesta del popolo in piazza Maidan a Kiev contro il regime del presidente Yanukovic nell’ inverno 2014, i cecchini dell’assedio di Sarajevo che aleggiano come fantasmi sulla città vent’anni dopo, ora Gorbačëv ed Eltsin, invisibili fantasmi sullo sfondo e la lunga serie di nomi e fatti che cambiarono il volto alla storia: la memoria conserva a lungo e dà il suo nome alle cose, intersezioni fra passato e presente moltiplicano le facce della realtà, aprono prospettive, pongono domande.
Il putsch di agosto 1991 è storia vera.
Il primo ministro Valentin Pavlov, il ministro degli Interni Boris Pugo, il capo del KGB generale Vladimir Krjuckov agirono all’unisono per defenestrare il compagno Gorbačëv. Il vicepresidente Gennadij Janaev, da parte sua, non perse tempo e annunciò alla televisione lo stato d’emergenza e il passaggio dei poteri ad una giunta militare guidata dal capo del Kgb.
La notizia di Gorbačëv costretto a restare nella sua dacia in Crimea fece il giro del mondo e fu sconcerto. La Storia precipitava indietro di mezzo secolo? E dove finiva il sogno della perestrojka?
Sappiamo che il putsch fallì, Michail Gorbačëv si dimise dalla guida dell’Unione Sovietica e la marcia verso il potere di Boris Eltsin giunse a compimento.
Quello che venne dopo arriva ai giorni nostri e non è granchè.
Dunque cosa ne è stato della tanto decantata, sospirata, agognata “democrazia russa”?
Dalla caduta degli zar c’era ancora chi aspettava e continuava a crederla possibile.
Cos’è stato di tanti slogan, proclami e programmi? Come spiegare la resistibile ascesa di un ubriacone capace di distruggere tutto quel che aveva contribuito a creare, finendo per consegnare ad un nuovo zar, il gelido Putin, il dominio di tutte le Russie?
Questo e altro si chiede Loznitsa nei 74 minuti del suo documentario
By-passando velocemente teorie complottiste pronte a nascere su ogni tappa della grande Storia, Sobytie (The event) si pone su un piano autenticamente critico, guarda con occhio fermo e imparziale, affida al linguaggio del cinema, e dunque alla decantazione dell’arte, la responsabilità di una lettura più vera del vero.
E a chi chiede a Loznitsa quanto la sua militanza a sostegno delle ragioni della verità gli costi in termini di opposizione da parte della critica, il regista risponde:
Non sono io che vengo sfidato da parte dei critici. Sono i critici che vengono sfidati da me. Loro hanno un problema, non io.

Paola Di Giuseppe
Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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