Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Itinerario romano di Marcello, giornalista mondano sulle orme di uomini e donne, vite diverse e mondi che appaiono e scompaiono senza lasciar traccia, testimonianze di effimero, di crisi esistenziali, di morte incombente ma anche di dolce abbandono al flusso del tempo. Il Dvd Mustang Entertainment de "La Dolce Vita di Federico Fellini" 

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Era il febbraio 1960 quando La Dolce Vita uscì in anteprima al cinema Capitol di Milano. Tempi di grandi passioni cinematografiche, critica e pubblico non esitavano ad arroccarsi su barricate opposte, Fellini e Mastroianni furono accolti da fischi e sputi e l’Italia si spaccò in due. Dodici milioni furono gli spettatori, una cifra record che sancì il successo planetario del film e ne svelò la carica dirompente, la scandalosa forza e il potenziale d’urto capace di suscitare reazioni opposte e spesso scomposte.
Con la Chiesa in prima linea fra i detrattori (Fellini fu tacciato di tutto, istigazione al vizio, decadenza, pornografia, immoralità) c’è da rallegrarsi che non corressero i tempi della Santa Inquisizione, la sua carriera sarebbe finita lì. Era la Chiesa preconciliare, quella che poi attenuò le sue posizioni censorie “…dal punto di vista della intrinseca moralità, sia assoluta sia relativa, il film può essere ritenuto sostanzialmente positivo pur con tutte le sopraccennate riserve”. (P.Nazareno Taddei, Letture, marzo 1960, p. 220)

Del resto, neanche la critica laica fu subito tutta schierata dalla sua parte. La Dolce Vita metteva il dito su troppe piaghe italiche accuratamente rimosse, e soprattutto lo faceva senza pretese sanzionatorie né arcigni j’accuse, stile non sempre apprezzato dagli integralismi di tutte le marche. Fellini aveva quel rarissimo dono che Calvino classificò come “leggerezza”, un’ attitudine a colpire a fondo con l’arma dell’ironia non beffarda, col distacco intelligente di chi guarda la vita con l’onesta consapevolezza del bene effimero e fantastico che è. Con tutte le sue brutture, certo.
Parecchi anni dopo il debutto, smorzate ormai le polemiche e finalmente riconosciuto al film il valore di pietra miliare del cinema mondiale, a Giovanni Grazzini, nell’ Intervista sul cinema a lui dedicata, il regista rispondeva: “Deludendo puntualmente amici e giornalisti ho sempre detto che la Roma de La dolce vita era una città interiore e che il titolo del film non aveva nessuna intenzione moralista o denigratoria. Volevo soltanto dire che, nonostante tutto, la vita aveva una sua dolcezza profonda, innegabile … Non mi sembra di aver mai avuto l’intenzione di denunciare, criticare, fustigare, fare della satira; non ribollivo di insofferenze e di sdegni, di rabbie, non volevo accusare nessuno… Io l’ho fatto come faccio tutti i film: per liberarmene e soprattutto per la mia spudorata voglia di raccontare”.

E, ancora, all’amico di lungo corso Tullio Kezich, che lo intervistava sul Corriere del 26 novembre ’89: “Forse oggi rende nostalgici l’idea che neanche tanto tempo fa si potesse guardare alla vita e definirla dolce…”.

Nessuno meglio dell’autore può parlare della genesi profonda della sua opera, anche se, in nome dell’innato diritto dell’arte a vivere di luce propria, capita che le strade da questa prese vadano anche oltre i suoi intenti. Dunque, parlare de La Dolce Vita  impone la necessità di un doppio binario che arrivi al punto di sutura, a quel momento, cioè, in cui le ragioni di entrambi convergono creando la misteriosa coerenza del capolavoro.

La Dolce Vita è lo svelamento totale, sconvolgente, senza freni né censure, di un degrado antropologico in atto, una commedia umana senza lieto fine, ma anche priva della nobile dignità della tragedia. Eppure lo sguardo dell’autore, il demiurgo che soprassiede all’opera, non è quello del censore.
Contemplazione curiosa”, allora, la definizione data da Stefania Miccolis (Federico Fellini e la Spagna, 2013, pg. 77) è forse una delle più calzanti nell’enorme fioritura di esegesi accumulate nel tempo intorno al film. Nel firmare il ritratto funebre di una società reale (l’aristocrazia romana estenuata e lugubre come i saloni dei suoi castelli, la piccola borghesia bigotta che crede nei miracoli e quella rampante e gaudente che crede nei bigliettoni, il mondo patinato e fané della moda e dello spettacolo e quello vanitosamente autoreferenziale dell’intellighencija nostrana e salottiera) Fellini ha messo a punto un linguaggio e creato una visione del mondo con l’incontenibile immaginazione e la gioia del raccontare che lo accomunano ai grandi narratori di tutti i tempi.
L’eroe diegetico, Marcello (Marcello Mastroianni), percorre un itinerario romano lungo il quale uomini e donne appaiono e scompaiono, lasciano tracce senza però costruire storie, piuttosto sono folgorazioni intense e sparizioni improvvise, segnate dallo straniante senso di vuoto che segue i miraggi.

La Vergine di cui si attende l’apparizione, la ricchezza, l’amore, l’innocenza sono infatti miraggi che sembrano ogni volta  lì ad un passo per poi svanire nel nulla. Della commedia La Dolce Vita ha la coralità, i personaggi disposti sulla scena a recitare in una ricca polimetria di intonazioni e in un caotico affollarsi di vicende e temi: la funzione del giornalista e l’etica della comunicazione, il ruolo dell’intellettuale e la sua progressiva vanificazione nell’impatto con i tempi nuovi, il sesso e l’amore su strade costantemente divergenti e di sempre più rara conciliazione, la fede che diventa pratica superstiziosa spesso asservita a logiche mercenarie, i vizi e i rituali dissoluti di una classe fuori della storia, ripiegata ormai nella parodia di sé stessa. Il processo della rappresentazione, pur partendo da una forte istanza realistica, avanza verso una progressiva conquista di astrazione. Barocco, surreale, finzionale, ogni aggettivo è adeguato per rendere questo cammino collettivo che muove tutti i personaggi verso quella spiaggia vuota del finale. Lì Marcello ha l’ultima tentazione, quella della purezza, il miraggio del ritorno ad un’innocenza pre-storica, che della storia non contenga più le tracce deturpanti. La fanciulla sorridente, pulita (Valeria Ciangottini) che gli appare a distanza sembra reale, lo è. Ma un canale li separa e le parole non arrivano. Per un attimo Marcello ha una possibilità, poi raggiunge il suo triste gruppo e si allontana nell’alba livida. Il molle cetaceo appena trascinato a riva dai pescatori continua a guardare col suo grande occhio spalancato e vuoto. (Leggi la recensione degli extra nella pagina successiva…)

Paola Di Giuseppe

Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.
Paola Di Giuseppe

Federico Fellini
La Dolce Vita
Italia b/n - 1960

Con Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Anouk Aimée, Yvonne Furneaux Walter Santesso Alain Cuny, Annibale Ninchi, Valeria Ciangottini, Adriana Moneta, Totò Scalise, Harriet White, Lex Bèrker, Adriano Celentano,Gio Staiano, Alex Messoyedof, Magali Nöel. Polidor, Giulio Questi, Eugenio Ruspoli, Audrey McDonald, Doris Pignatelli, Loretta Ramaciotti, Giulio Girola, Nadia Grey, Mino Doro , Antonio Jacono, Carlo Musto Jacques Semas, Laura Betti, Riccardo Garrone, Mario Conocchia, Enrico Glori, Franca Pasut
Durata 178'
Origine e anno Mustang Entertainment - Cg Home Video - 2013
Formato video Dolby Digital 1.0
Formato audio mono
Sottotitoli Italiano per non udenti, Inglese
Extra project management, authoring, design a cura di Pianeta Zero coordinamento progetto a cura di Medusa Video srl : Presentazione di Maurizio Porro /Documentario Cinema Forever /I ritratti di Enzo Biagi: Federico Fellini /Caleidoscopio /cast artistico/cast tecnico

 

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