lunedì, Dicembre 5, 2022

Corteccia, il videoclip di Mai raccontato da Pietro Puccio

Corteccia ha pubblicato lo scorso 8 aprile un vero e proprio EP di Poesia. "Quadrilogia delle distanze" riesce a elaborare un linguaggio poetico espanso, tra suono, parola e immagine. Il duo costituito da Pietro Puccio e Simone Pirovano, grazie al lavoro e alle competenze dello stesso Puccio, si occupa anche della parte visuale. Il videoclip di "Mai", terzo uscito in ordine di tempo, guarda a Gianni Rodari e al Michel Gondry più ispirato e radicale. Ricerca e immediatezza sono gli ingredienti di un progetto dalla grande caratura artistica e comunicativa


Abbiamo seguito con interesse il lavoro di Corteccia, duo costituito da Pietro Puccio e Simone Pirovano, il cui lavoro di ricerca musicale si interseca con un’attenzione specifica all’elemento visuale, vero e proprio prolungamento di un lessico compositivo inteso a 360 gradi.

Mai è il terzo brano, dopo Vorrei e “il ritorno dei viaggiatori“, ad aver anticipato la pubblicazione di “Quadrilogia delle distanze“, l’EP pubblicato lo scorso 8 aprile. Lo esaminiamo, a partire dal video musicale realizzato da Pietro Puccio, attraverso una conversazione con l’autore.

Corteccia su Facebook

Un gioco di bambini. È una definizione che ti piace per descrivere MAI?

Mi piace moltissimo, anche perché sono un fervido sostenitore di Gianni Rodari, grande intellettuale che aveva colto appieno l’importanza del lavoro sui bambini, della qualità che bisogna dare loro e del fatto che il gioco sia di enorme importanza perché è il primo modo per entrare nelle cose del mondo. Non è una cosa da poco.

Puoi descriverci l’origine del gioco?

Ho pensato al senso generale del pezzo: guardare alle cose con occhi sempre stupiti. Così mi è venuto in mente di fare quel vecchio gioco delle forme dipinte a caso che ne ispirano altre: con la camera fissa che riprendeva, producevo macchie colorate sulla carta, assolutamente casuali, dopodiché mi lasciavo portare da quello che mi sembrava potessero essere e ne disegnavo gli arti e gli occhi, a pennarello: una volta un esserino stupito davanti ad un fiore, una volta un drago a otto zampe che gioca a palla… L’ispirazione, anche se si tratta di un lavoro radicalmente diverso, mi è venuta quando ho visto il video di Michel Gondry, “City Lights” di The White Stripes; un video molto poetico proprio perché “fatto di niente”.

I corpi e i gesti dei bambini sono catturati attraverso le ombre proiettate sull’asfalto. Ma sono ombre sospese, immagine della leggerezza. È il tratto della pittura che le riempie di materia. Puoi raccontarci questo contrasto?

Dipende da molte cose. Ritengo che il lavoro della visualizzazione, che sia pittorica, attraverso il disegno o in qualunque altro modo, abbia già in sé un senso musicale e ritmico ben evidente. Realizzare un video tutto fatto di disegni mi sembrava però non creasse ritmo sufficiente. Per questo mi è venuto in mente di intervallare con riprese di ombre saltellanti che avevo realizzato qualche anno prima e che fortunatamente possedevo ancora (non so come). Mi avevano affascinato e ho pensato che prima o poi avrei potuto usarle. Nessuna occasione sarebbe stata migliore di questa. Mi sembrava che due cose così evidentemente contrastanti potessero convivere. Mi piace pensarlo.

Il lettering, bellissimo tra l’altro, è di Adriano Puccio a cui hai dedicato il video…..

Sì, è mio figlio (come si può dedurre). Aveva imparato a scrivere da poco e mettere la sua calligrafia mi pareva un modo significativo per suggellare questa nostra prima “collaborazione”. Lui è dentro alla canzone e al video in ogni piega. In ogni sfumatura. C’è persino una citazione dei primi versi che aveva inventato: “E che paura, il giorno della spazzatura”. Dal punto di vista metrico stava benissimo con la musica.

Mi sembra che la forma dei tuoi video sia sempre più specifica. Perfetta per un videoclip per sintesi di forme, colori e motivi, ma lontana dallo sviluppo commerciale del formato. Che idea hai del videoclip contemporaneo, e quali sono le possibilità che invece ti offre per sperimentare?

Ti ringrazio di questa tua affermazione. A me interessa produrre qualcosa che abbia un senso e rispecchi il mio modo di vedere. I video che vanno per la maggiore hanno spesso budget molto importanti e questo fa la differenza dal punto di vista qualitativo e tecnico, c’è poco da fare. Spesso si usano molte persone che danzano, spessissimo si inserisce il cantante che deve apparire per necessità di comunicazione; c’è un set, una produzione articolata. Però mi sembra che si giri un po’ attorno allo stesso punto (non sempre, naturalmente).
Ecco, l’idea sarebbe di veicolare delle proprie visioni personali facendo in modo che possano essere viste da più persone possibili. Ma questo dovrebbe essere un punto centrale per qualunque forma espressiva. Che non significa rimanere chiusi in una torre fregandosene del pubblico. Significa trovare un modo di mostrare al pubblico che ci sono strade differenti e personali che non sono solo quelle continuamente battute, e secondo me un po’ stantie, del pop mainstream (parlando di video musicali). Dopodiché, che io ci riesca, questo è un altro discorso.

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker, un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana e un Critico Cinematografico iscritto a SNCCI. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip e del mondo Podcast, che ha affrontato in varie forme e format. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.

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