martedì, Settembre 29, 2020

Dargen D’Amico: tamarro e sottoproletario

Quando l’underground sorpassa a sinistra il mainstream, sul suo stesso, infido terreno. Jacopo Dargen D’Amico è ormai in giro da parecchio, giunge al quinto album dopo la “follia” proustiana di Nostalgia Istantanea e assesta un colpo micidiale ai codici stilistici e (speriamo) alle gerarchie di una parte dell’establishment musicale nostrano.

Che l’”hip hop” sia l’unico genere di un qualche successo in Italia è fatto notorio, tanto vale allora tentare di farlo con gran classe, sgretolando l’ipocrita patina di facciata e rivoltandogli contro parecchi luoghi comuni, senza rinunciare ad affrontare, con una robusta dose di (auto)ironia ed intelligenza, anche temi molto seri. Da un lato, Dargen affronta di petto il (meta)contesto “culturale” del proprio habitat, ossia il mondo del clubbing e della varia umanità che vi gravita intorno, irridendone sia l’aspetto “professionale”, nella satira feroce ma mai vittimista di Un fan in Basilicata (almeno), sia quello più basso ed umorale. Brani come Il ginocchio, Bocciofili, dal geniale ritornello, L’amore a modo mio, con un J Ax credibilissimo e straordinariamente in parte, stuzzicano le voglie basse del pubblico, ondeggiano abilmente fra il dileggio e il rispetto delle regole del genere: il desiderio sessuale primordiale è finalmente espresso con terrena carnalità a prescindere da qualsiasi canone estetico (si vedano in proposito i video, in cui non appaiono certo corpi da spot di Lancôme).

D’Amico parteggia sanamente per tamarri e sottoproletari, non arretra di fronte a nulla (fare canzoni su culi e bocce chiamandoli per nome richiede una sfrontatezza sconosciuta in Italia) e indovina il connubio fra popolare e ricercato, nei suoi deliranti calembour, tenendo fuori dalla porta il cattivo gusto. Dall’altro lato poi, ribaltando le carte in tavola, si spoglia in confessioni intimiste dal dolore autentico, nel pop quasi neomelodico di A meno di te (con Michele Lily – la vorremmo vedere la Pausini alle prese con un pezzo così) e nel frammento cantautorale di Con te, che, insieme ai Perturbazione, va oltre i Perturbazione stessi (e anche il “featuring” con Max Pezzali, nonostante un reggaeton non esattamente in tono, risulta sincero).

Peccato solo per certe concessioni retoriche nei pezzi più “militanti”: se però Siamo tutti uguali è un pezzo perfetto nella sua denuncia, convincono meno le invettive de L’Italia è una e de Il presidente, linguisticamente efficaci ma sicuramente dalla potenza di fuoco inferiore. Tutto ciò non inficia però un album di densità straordinaria e di insolita e ben mascherata cupezza, inappuntabile sotto il profilo ideologico e puramente musicale, in cui l’elettronica spazia dal meglio dell’r’n’b a stelle e strisce alla disco music nostrana anni Novanta a incursioni quasi dubstep (Bocciofili, È già), ragguagliando il tutto in un immaginario sonoro estremamente familiare ma mai di mera imitazione, nel quale anche la milanesità ostentata della voce è un codice stilistico di riferimento (e funziona benissimo, peraltro).

Fra i pochi prodotti italiani davvero esaltanti in questo primo scorcio di 2013 c’è dunque questo disco di un artista che sarà pure “un artista di nicchia ma anche un testa di minchia” ma rimane uno dei pochi a poter fregiarsi di uno scudo di granitica credibilità. Fra i tanti ospiti: Andrea Volonté dei Fratelli Calafuria, Fedez, Two Fingerz e un inedito Enrico Ruggeri.

Francesco D'Elia
Francesco D'Elia
Francesco D'Elia nasce a Firenze nel 1982. Cresce a pane e violino, si lancia negli studi compositivi e scopre che esiste anche altra musica. Difficile separarsene, tant'è che si mette a suonare pure lui.

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