giovedì, Settembre 16, 2021

Marianne Faithfull – Give My Love to London: la recensione

In un articolo di qualche anno fa pubblicato dal magazine della Nespresso e dedicato a Londra, la Faithfull racconta con distacco e ironia dei luoghi che da anni ha abbandonato per vivere a Parigi ma conclude con una nota nostalgica e ipotizza un suo ritorno “per fare pace” con la città che negli anni sessanta le ha dato l’opportunità del successo chiedendole però in cambio un conto salato: “Tornerei a fare le cose che ho sempre fatto…

Oggi Marianne canta sì il suo ritorno a Londra ma lo fa vestendo i panni dell’amata Pirata Jenny che con il cuore spezzato e pieno di rabbia osserva compiaciuta la città in fiamme dalla tolda del Black Frighter. E la battuta, sempre da quella stessa intervista: “Ho sempre pensato ci volesse un passaporto per andare da Chelsea a Maida Vale” prende una piega sinistra: “I’ll visit all the places, I used to know so well, From Maida Vale to Chelsea, Paradise to hell”.

Nei due anni trascorsi dalla pubblicazione di Horses and High Heels Marianne ha subito l’ennesimo colpo da una vita che le ha risparmiato poco, dall’aborto al tentativo di suicidio, dalla tossicodipendenza al cancro. A causa di una caduta si è rotta la schiena in più punti e ha passato mesi confinata in un letto dove ha maturato e composto le liriche per l’album che in queste settimane porta in tour per festeggiare i 50 anni di carriera.

Formalmente il pezzo di apertura è un country alticcio firmato da Steve Earle e che avrebbe potuto scrivere il Kurt Weill di Alabama Song. E’ una baldanzosa dichiarazione di guerra che dà fuoco alla miccia di una raccolta dove si alternano rabbia e disincanto, sarcasmo e malinconia. La voce di Marianne si addice a questi saliscendi emotivi, franta e minacciosa come il collo rotto di una bottiglia, e la ciurma ai suoi ordini è di quelle che non fanno prigionieri: Warren Ellis e Jim Sclavunos (Bad Seeds), Adrian Utley (Portishead), Mick Jones (sì proprio lui), Ed Harcourt e poi Rob Ellis e Dimitri Tkivonoi che producono con Flood al mixer e Brian Eno a passare di lì al momento opportuno.

Le canzoni d’amore sono particolarmente significative, agrodolci e ambivalenti sia che Marianne canti i suoi versi sia quelli altrui, capace da grande interprete quale è di farli sempre intimamente propri. Ognuna di queste canzoni gioca con il trópos dell’oggetto d’amore come luogo, di volta in volta da raggiungere o salutare, sempre distante mai perso.

C’è l’amara ironia delle eccezioni nello standard di Hoagy Carmichael I Get Along Without You Very Well che chiude il disco e sembra quasi un fuori sacco da Easy Come Easy Go (2008) o quella adolescenziale di The Price of Love, filologica cover degli Everly Brothers da un hit del 1965.

C’è il disincanto della maturità che lenisce il dolore dell’amore vissuto in bianco e nero nella lineare scala di grigi di Love More or Less: “North South East West, Each way I choose is best and there’s, Nothing to it I confess, It’s only love, More or less”, o l’attesa sensuale dell’amore ritrovato cui abbandonarsi di nuovo in Falling Back sulle note scritte da Anna Calvi: “Falling back into myself again, Falling back into the space I love, Falling back into myself, And into your arms again”.

E c’è soprattutto lo struggente arrancare attraverso acque profonde: “Your face is hidden from me, But your love is not, I will not reach for other things, Till I know what I have got, I am walking through deep water, Trying to get to you” in una ballata a firma Nick Cave che ricorda da vicino Crazy Love, la perla di un altro grande disco della Faithfull post Broken English, Before the Poison (2004).

La furia piratesca riemerge nella donna ferita di True Lies. Che sia londinese l’amante infedele contro cui Marianne sputa i versi: “The spider and the fly, Lies had caught me in the dark, Your soul was dead inside, When you lied with all your heart”? O anche qui altro non è che una metafora di Londra? Quella perbenista e puritana che nel 1967 la mise alla gogna per la retata di Redlands, una lettera scarlatta che le è rimasta a lungo cucita addosso. In ogni caso questo pezzo ha il sapore di una resa dei conti con il passato.

La stessa veemenza si ritrova in Mother Wolf una novella ecologista ispirata al racconto del piccolo Mowgli del Libro della Giungla di Rudyard Kipling. Marianne nella pelle di Raksha scaglia il suo anatema contro la razza umana e la sua insensata violenza. Il brano ricorda la visione distopica della torrenziale Desperanto, sempre Before the Poison e sempre Nick Cave alla penna. A fare da contrappunto, la visione fiduciosa di Sparrows Will Fly di Roger Waters, primo singolo tratto dall’album, dove il bambino rompe lo specchio d’acqua gelata per cercare di decifrare il caos di un mondo alla rovescia, incomprensibile come il linguaggio del Jabberwocky.

Infine c’è un pezzo che tira tutte le fila e concentra tutti i temi e la bellezza di Give My Love to London. Come dice la Faithfull, solo lei avrebbe potuto cantare Late Victorian Holocaust, altra gemma dalla miniera apparentemente inesauribile di Re Inchiostro. Mentre Jenny ulula alla luna sulle barricate di Piccadilly, due amanti e compagni di strada si avvitano per anni in un percorso circolare intorno ai Meanwhile Gardens e lungo il Canale, a nord di Chelsea a sud di Maida Vale, su e giù tra il paradiso e l’inferno del buco in una ballata che a buon diritto già reclama il suo posto accanto a Perfect Day e Sister Morphine nella teca delle più belle junkie’s tune che siano mai state scritte.

Maurizio Morganti
Maurizio Morganti: gli piace il blues, la musica dell'anima d'ogni genere, e i Rolling Stones.

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