mercoledì, Dicembre 2, 2020

Broken English, Derek Jarman per Marianne Faithfull: immagini da un futuro anteriore

"Broken English", la divinazione di Derek Jarman e Marianne Faithfull. Immagini da un futuro anteriore

La distinzione e l’intreccio tra cinema underground e videoclip perde di senso nel lavoro di Derek Jarman. Tra i primi a individuare la forma come spazio di convergenza, ibrida le sollecitazioni delle controculture con quel senso di precarietà dello sguardo che solo la pellicola poteva consentirgli, scegliendo un frenetico assemblaggio di elementi visuali. Alla vigilia dell’esplosione catodica, il cineasta britannico concentra nella cornice del cortometraggio l’ipertrofia stilistica del “nuovo” videoclip, creando un cortocircuito con le immagini coeve dei promo video.

Concentrando alcuni spunti da “Jubilee”, la prima, vera sperimentazione di Jarman nel contesto promo è con i 12 minuti girati per il ritorno di Marianne Faithfull, quel “Broken English” che il prossimo 2 novembre festeggerà 41 anni dalla pubblicazione.

Sono tre i brani scelti per questo EPK atipico; “Witches Song“, “The Ballad of Lucy Jordan” ed infine, la title track, “Broken English“. A far da collante, la flanerie di Marianne per le strade di Londra, tra attitudine punk e quel senso di unificazione dell’immaginario che anche Ethan Russell, lo stesso anno, esplora con il deambulare tra scena e città nella New York di Rickie Lee Jones, attraverso la sua “coolsville trilogy“. 

C’è un’analogia molto forte tra i due lavori per struttura e anche intenzioni. Entrambi esplorano legami e identità urbane delle due artiste, costruendo un’elegia della città tra amore e tradimento.

Mentre Russell gioca con il set, per rendere la performance della Jones più fluida, ma assolutamente centrale, Jarman si serve di una serie di sovrimpressioni e di riflessi, sfruttando il found footage storico, come divinazione oscura sul futuro dell’Inghilterra . Un flusso di coscienza che promana dalle liriche e dal deambulare di Marianne, invasa dalle sovrimpressioni che sovrappongono passato e futuro al presente di Londra.

Simbolismo e collage visivo che per Jarman possono ricombinarsi nell’elegia negativa di un “cinema” di poesia, contratto come un Haiku sulla tavolozza bianca offertagli dalla forma videoclip.

Come accade sempre con il Jarman che traspone il Super 8 nell’ambito promozionale del videoclip, la musica e la materia granulosa dei formati ridotti, gli consentono di lavorare sul tempo e la materialità dell’immagine, suggerendo una connessione con la pittura da un punto di vista ancora chimico, in piena esplosione video-elettronica.

Memoria, storia e poesia, mettono al centro Marianne come presenza testimoniale di un trauma nella relazione tra individuo e metropoli. Accadrà in altre clip tra quelle girate da Jarman, ma nei dodici minuti di Broken English si conserva ancora una furia iniziatica che nei video successivi sarà sostituita da una maggiore attenzione agli innesti di colore e forme nell’architettura della città.


“Witches Song”, ballata di una sorellanza eretica, viene declinata da Jarman come un baccanale deviato sulle rovine di un agglomerato informe. La città è un riflesso lontano e il paganesimo di Jarman ne ricostruisce una nuova identità.

Ecco che “The Ballad of Lucy Jordan”, nel vagare estatico e spettrale di Marianne tra Soho e Piccadilly, diventa un doppio sogno. Marianne che cerca Lucy e questa che immagina Marianne. Non c’è semplicemente una sovrapposizione tra l’artista e l’eroina della canzone di Shel Silverstein, ma uno scambio continuo tra immagine e riflesso. Jarman si serve della sovrapposizione e delle sovraproiezioni per far emergere ancora una volta le tracce di una città declinata dalla coscienza, grembo di tutti i sogni infranti.

Alla fine del sogno, Marianne entra in una sala giochi e con una sterlina ricevuta da un clown, sembra attivare un video-jukebox, uno di quelli che dopo l’esperienza del Panoram statunitense, dello Scopitone francese e dei Cinebox italiani, riemersero anche in Inghilterra tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta. In realtà si intrattiene con un videogioco, ma lo scopriamo dopo, perché le immagini di un fungo nucleare si accendono in sync con l’attacco di “Broken English”, seguite da un montaggio che alterna i trionfi e gli orrori militari delle milizie nazifasciste, a quelle che sembrano le immagini di rivolta e di repressione nella Londra del 1976 durante il carnevale di Notthing Hill.

Sui Carnival Riot The Clash scriveranno “White Riot” nel 1977, mentre Jarman sembra usare quelle immagini per contestualizzare un episodio di forte tensione razziale. Il carnevale, luogo di resistenza e resilienza afro-caraibica, si connette in qualche modo alle immagini fondative di una realtà sociale fluida e multiculturale, viste all’inizio del corto e associate a “Witches song”, mentre la società britannica tradizionale si serve del braccio armato statale per riaffermare la propria supremazia.

In sovrimpressione il volto sorridente di Marianne mentre gioca una partita a “space invaders”.

La videomusica di Jarman destinata alla proiezione in sala, con i videojukebox alle spalle e l’imminente arena catodica che detterà regole estetiche e commerciali, sovrappone alla satira del consumo veloce le immagini di un passato che anticipano tutta quella violenza destinata a spaccare sempre di più in due l’Inghilterra, dallo sciopero dei minatori di sei anni dopo fino alle recenti derive nazionaliste.

Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.

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