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I Pere Ubu stanno per tornare in Italia per presentare, a circa un anno di distanza dall’uscita, il loro ultimo album, “20 Years In A Montana Missile Silo”, l'ennesima dimostrazione che David Thomas e compagni sono ancora in grado di descrivere la nostra società e le sue contraddizioni con lucidità. Ne abbiamo parlato con David, nell'attesa di vedere la band sul palco per ben cinque date. 

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I Pere Ubu stanno per tornare in Italia per presentare ad un pubblico che li ha sempre amati, a circa un anno di distanza dall’uscita, il loro ultimo album, “20 Years In A Montana Missile Silo”, disco che, se non avete ascoltato perché distratti da nomi con più hype, dovreste recuperare assolutamente, perché pieno di sostanza, come praticamente tutte le prove della band capitanata da David Thomas. Sono passati quarant’anni da “The Modern Dance”, capolavoro inarrivabile e manifesto di alienazione, ma David e compagni sono ancora in grado di descrivere la nostra società e le sue contraddizioni con lucidità, scrivendo per di più ottime canzoni con le radici nel punk e i rami nel futuro. Inoltre, in queste date sarà presente Tony Maimone, graditissimo ritorno da cui ci aspettiamo grandi cose.
Nell’attesa della prova del palco, abbiamo avuto l’onore di poter fare qualche domanda a David Thomas, che ci ha spiegato qualcosa sulla nascita del disco e su cos’è l’America di Trump, vale a dire la stessa degli ultimi 50 anni con qualche nuova bugia.
Per vedere i Pere Ubu in azione potrete andare il 9 settembre al Live Rock Festival di Acquaviva (SI), il 10 settembre al Centro Pacetti di Monteprandone (AP), l’11 settembre al Freakout Club di Bologna, il 12 settembre al MONK di Roma ed infine il 13 a Santeria Social Club a Milano. Scommettiamo che non ve ne pentirete.

Ciao David, benvenuto su Indie-Eye! È un grande onore per noi avere la possibilità di farti qualche domanda prima delle date che state per fare in Italia. Cosa dobbiamo aspettarci da questi concerti?

Faremo la setlist del MonkeyNet Tour, che copre gran parte del nuovo album, con in più una selezione di canzoni più vecchie tratte dagli album usciti per Fontana.

Dunque finalmente suonerete “20 Years In A Montana Missile Silo” qui in Italia. L’album ormai ha quasi un anno di vita: come ti approcci ad esso dopo questo periodo e dopo averlo suonato ormai un buon numero di volte?

Penso che ogni performance di una canzone sia un’opportunità per rovinarla o per renderla in modo eccellente. In altre parole, ogni volta è un’avventura!

Adoro “20 Years In A Montana Missile Silo”, e anche l’ordine delle canzoni. Sembra che la musica, i suoni e non solo i testi, raccontino una storia. Per esempio la prima canzone, “Monkey Bizness”, è un assalto sonico, un inizio molto forte. Ci avete pensato quando l’avete posizionata al numero 1 della scaletta?

Certo, ci ho pensato ma è stata la nostra manager a fare l’ordine dei brani. Fortunatamente eravamo d’accordo su “Monkey Bizness”. Lei aveva qualche idea ben chiara su come le canzoni dovessero susseguirsi e l’ho lasciata fare. Ha fatto un buon lavoro.

In chiusura invece c’è “Cold Sweat”, che è più rarefatta, con meno chitarra e più synth, calma e desolata. Era ciò che cercavi per la parte finale dell’album?

La nostra manager è stata inflessibile: “Cold Sweat” doveva essere l’ultima canzone. Ancora una volta, fortunatamente, eravamo d’accordo. L’ultima canzone in un disco degli Ubu è spesso un precursore di quello che sto pensando per l’album successivo. Inoltre, nel contesto del flusso narrativo di “20 Years…”, era una canzone essenziale in quel punto.

Mi piace molto “Red Eye Blues”, che non è un blues “tradizionale”. Mi viene dunque da chiederti qual è la tua definizione di blues…

Non sostengo che la canzone sia una canzone blues. Si può notare che il narratore della canzone presenta una serie di circostanze e poi dichiara di avere il “red eye blues” tra queste. Non penso di essere veramente qualificato per definire cosa sia il blues. Diciamo semplicemente che è un sentimento costruito/comunicato con una formula definita.

Di solito ascolti i tuoi vecchi album? C’è qualcosa che ascolti più spesso o con più piacere?

Non ascolto i miei dischi per circa 10 anni dopo averli registrati. A quel punto ho dimenticato l’intero processo, ho dimenticato tutti quelli che consideravo i punti deboli al momento della registrazione. Dopo circa 10 anni posso ascoltare quello che stavamo facendo o cercando di fare con orecchie fresche.

Cosa stavi ascoltando mentre registravi l’album? In questi anni secondo te c’è qualche nuova band che ti piace o in cui vedi lo stesso spirito dei Pere Ubu?

Non ricordo cosa ascoltavo in quel periodo. Ho la sensazione che fossero i Van Der Graaf Generator. Non ascolto molta musica. Certo, ascolto cose che sono buone ma in ogni stile musicale. Per quanto riguarda lo spirito dei Pere Ubu, noi siamo unici. Nessuno può essere come i Pere Ubu. Siamo senza eredi. Ci siamo solo noi.

Vorrei chiederti qualcosa riguardo la presenza di Tony Maimone in questi concerti. So che non è il primo musicista a lasciare i Pere Ubu e poi a tornarci, ma qual è la ragione che l’ha portato a unirsi nuovamente alla band, almeno per questo tour? E state pianificando di lavorare assieme per della nuova musica?

Ho invitato Tony a contribuire al prossimo disco. Era eccitato quando gli ho chiesto anche di venire in tour. “E’ un grande onore”, ha detto quando gli è stato chiesto. Ha notato che la band suona alla grande e stava cercando di lavorare con Steve Mehlman.

Cosa pensi quando suoni canzoni scritte negli anni Settanta che sono ancora incredibilmente attuali? Per esempio, c’è ancora gente in giro che sembra volere una “Final Solution”, con i loro bottoni nucleari più grandi o cose del genere…

Quando aderisci alla realtà e quando rimani fedele alla natura alla natura dell’esperienza umana, non è difficile essere ancora rilevante 40 anni dopo. La gente non cambia, cambiano solo le bugie che si racconta. Suoniamo Final Solution in questo show, e ha qualche sorpresa.

In generale, com’è scrivere nuove canzoni e registrar nuovi dischi nell’America di Trump? È diversa dalle altre Americhe in cui hai vissuto?

La visione dell’America di Trump è quella con cui sono cresciuto e che mi è familiare. Sono diventato consapevole di cos’è l’America durante la presidenza di Kennedy. È circa la stessa cosa per quel che posso dire.

Qual è il tuo rapporto con i videoclip delle vostre canzoni?

Non ho molto a che fare con la loro produzione finché non sono al momento dell’approvazione, in quanto non sono molto incline a recitare o a lavorare ad una sceneggiatura. Quelli recenti sono stati fatti dalla nostra manager e precedentemente da Johnny Dromette. Mi piace ciò che hanno fatto entrambi.

 

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.