Pluviôse: Nastri magnetici per giorni di pioggia

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Nell’epoca dello smarrimento del tangibile in virtù del flusso di dati; del file, sia esso un mp3 o una stringa finanziaria, come totem della modernità (De Lillo docet), riportarsi ad osservare la produzione musicale come parte di un complesso di elementi da esperire anche sul piano visivo e tattile, è già porsi oltre un limite: il limite concettuale del contemporaneo: della necessità della persistenza virtualmente sempiterna ad onta della corruttibilità dell’organico. La Seashell Records, ricollegandosi alla pratica di altre realtà come quella, ad esempio, della No=Fi Recordings, si produce in un recupero (nostalgico e perdente, generazionale, quindi encomiabile) del più discriminato dei supporti fonografici: la cassetta, che, al pari del vinile, deteriorabile ad ogni ascolto com’è, diveniva/diviene quasi simbolo stesso dell’esperienza dell’ascolto come evento, che in quanto tale non può mai realmente ripetersi uguale a se stesso (ogni volta che la testina gira sul nastro, lo guasta un po’, lo piega, lo segna, lo smagnetizza). Piccolo micromonumento alla transitorietà del tempo, praticamente.

Ma se il supporto, di per sé, è già indirizzo di una ricercata e precisa estetica, manifesto di una netta posizione, si direbbe, confrontazionale verso un mercato boccheggiante, verso lo stesso ascoltatore, è poi il suono a contare. La musica, qualunque fonte si adoperi per la sua riproduzione. E la musica di Pluviôse, aldilà di ogni dietrologia, aldilà di ogni scelta di campo, compatibilmente alla sua natura minoritaria, laterale e sotterranea, è di qualità eccellente.  Un raccolta che si propone di intercettare e interpretare, in diverse declinazioni popular, il suono della pioggia in diverse stagioni e luoghi, articolando tali premesse in nove brani di altrettanti artisti internazionali. L’apertura è affidata al polacco Coldair con un delicatissimo folk rock dalle venature Radiohead che non disdegna aperture soul dominate dai fiati; il collettivo internazionale Chewing Magnetic Tape si produce invece in un sound oscuro, elettroacustico su base motorik, inquietante ed ossessivo, diametralmente opposto al pop levigato, lieve e danzereccio, un po’ Múm d’oriente, un po’ shoegaze, dei giapponesi Ghostlight; mentre post-rock classico è quello di Novanta, tra Mogwai, Aerial M, slowcore ed elettronica. In odore di tradizione sono anche le divagazioni di Lipan (poi però percosse da inintelligibili suoni ed interferenze sintetiche); il folk scandinavo di Gyron V in lingua norvegese e l’oscura ballata per voce, chitarra ed archi Praying For You di In Every Dream A Nightmare Waits e E classico, nell’accezione più indie rock, è Teclo con un sound che ricollegandosi ai ’90 stimola raffronti con Beck e Folk Implosion. Di enorme, struggente, suggestione la conclusiva Moths Invasion di Giampiero Riggio con Aldo Ammirata: folk ambient gotica, puntellata da variazioni da camera ed umori rinascimentali: John Dowland via Current 93.
Opera prima realmente notevole, per un’etichetta coraggiosa, che già da subito si pone in una posizione  di tutto rispetto e i cui sviluppi futuri meritano più di un’attenzione. Molto bene.