venerdì, Gennaio 21, 2022

Vessel – le difese: la recensione

Forse in mezzo  alla schermaglia di musica dalla sofferenza standardizzata, al fiorire di poeti delle relazioni pericolose e strilloni di quelle andate a male, è ancora possibile gettare uno squarcio ossigenante. Tale è il lenitivo portato da Le Difese, dieci tracce firmate Vessel incise fra marzo 2011 e settembre 2013 per il presidio artistico e di produzione di Andrea Rovacchi.

Poteva prendere le forme di uno spin-off di Corrado Nuccini e Emanuele Reverberi dei Giardini di Mirò, ma fin dal primo ascolto si capisce che Vessel non ha poi così tanto da spartire con i GdM . Certo, ci sono le efflorescenze lessicali di Nuccini, il tocco infatuante di Reverberi, ma la direzione di Vessel non percorre gli stessi terreni battuti dai GdM. Piuttosto sono decennali ascolti di Fabrizio de André a dettare la direzione e a far sì che in più punti Le Difese suoni come un B-Side postumo di Rimini. Non solo l’arpeggiare così settecentesco che apre al duetto fra Nuccini e Alessandra Gismondi ne La Bussola, ma l’andamento parabolico supportato dalla voce Sara Lov (Devics) così come il melodico adagio ne La Spinta accompagnato dai cori di Barbara Cavaleri. Ma Le Difese è una creatura che sfuma al tramonto, lasciando che la sua ombra venga inghiottita dal girare del sole in luna, perchè in un attimo i toni si fanno crepuscolari, declamati al guaire di un violino (Una Città D’Incanto) o tinti dalla rabbia della canzone popolare (Battan L’Otto). Tuttavia lo Zenith e l’Azimut dell’album si trovano percorrendo il suono delle trombe che danno profilo all’ombreggiare mariachi di Cafeidi, Supernove cui segue la poderosa interpretazione di Angela Baraldi (splendida artista di cui la scena musicale spesso si dimentica) in Nudisti su Marte. Che animale sei? il titolo della penultima traccia del disco è un prestito adeguato per rivolgersi a Vessel, per capire, o provare a farlo, il suo volto ora fugace squarcio di salotti viennesi, ora figlio della Linguadoca e fratello di Brassen, infine popolare, villano, contadino. In una sola parola, vivo.

 

Giulia Bertuzzi
Giulia vede la luce (al neon) tra le corsie dell'ospedale di Brescia. Studia in città nebbiose, cambia case, letti e comuni. Si laurea, diventa giornalista pubblicista. Da sempre macina chilometri per i concerti e guadagna spesso la prima fila.

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