?Alos & Xabier Iriondo – Endimione (Brigadisco, 2012)

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Nella mitologia greca, la figura di Endimione, re dell’Elide secondo il mito più noto, è sempre legata, pur nelle sue varianti, al concetto di sonno eterno. Ma l’incipit, intitolato al poeta Georges Gabory, dice di un angoscioso risveglio in latrante incedere distorto electro/black ad un dipresso MZ-412. Perché se l’Endimione di Xabier Iriondo e Stefania Pedretti (?Alos) emerge dai Madrigali di Antonin Artaud, a cui il disco è ispirato ed il cui stesso volto campeggia sinistro sulla cover, è allora il gesto a divenire scena e la parola a soccombere al peso di un suono slabbrato e straziante, anche quando il testo si fa intelligibile ed assume parvenze narrative (Robert Mortier). E’ il corpo di Artaud che va in frantumi e riprende forma in composizioni lacerate, disturbanti, titolate a personaggi che realmente ebbero legami col grande irregolare (“Vedrete il mio corpo attuale/volare in frantumi/e ricomporsi/sotto diecimila aspetti/notori”). Sono brandelli di un teatro feroce che: in Marguerite Jamois si fa, prima pseudo kabuki e poi pseudo raga; che canta la voce, sopra una macerie d’esasperazione, sperimentando le infinite possibilità dell’interpretazione di uno stesso testo, alla maniera del Demetrio Stratos solista (Florent Fels); che si riproduce ad oltranza su un canovaccio psichedelico come in Simone Dulac ed aggredisce la Ville Lumière, brutalizzando un grammofono al suon di screaming che stanno da qualche parte tra Diamanda Galas, Yamatsuka Eye e Nocturno Culto. Così come le esplosioni di Charles Dullin che rasentano certo black metal industriale, per affondare poi nel noizu vero e proprio. In chiusura lo strumentale Cruel Restaurant fa implodere il disco tra bordoni e clangori, in una logorante oscurità senza fondo. Quello di Endimione è un percorso soffocante e funesto che restituisce in musica il travaglio psichico; l’angoscia ed il vizio d’esistere; il genio e il dolore. Un percorso da incubo che, sul piano prettamente sonoro, è segnato dalla sintesi precisa delle esperienze dei due interpreti, laddove la teatralità laterale della metà degli Ovo, che ha oltretutto riadattato per l’occasione i testi originali di Artaud dal francese, si completa nella ricerca del musicista italo-basco, in particolare con quella della sua ultima produzione, con i suoi esperimenti sul limitare dell’ascoltabile, il suo Mahai Metak (strumento elettroacustico da lui autocostruito), sprofondando in un gorgo annichilente ed iperdistorto che traccia i confini di una sofferenza individuale e per questo universale che in tanti momenti richiama l’atroce elaborazione del lutto che fu l’esperienza degli oscuri German Oak. Ma questa è un’altra storia…