domenica, Settembre 20, 2020

Spaventapasseri con prospettive omicide: una retrospettiva sul fenomeno Liars – 3/5

Lo speciale Liars in 5 parti si legge da questa parte:

Parte 1
Parte 2

Questa è la terza parte.

Il capitolo successivo della discografia Liars viene interamente concepito e registrato a Berlino, dove i tre si sono frattanto trasferiti in pianta stabile. Pubblicato nel Febbraio 2006, Drum is not dead ha origine come il predecessore da presupposti concettuali. Questa volta l’argomento che fa da cornice ai vari brani è l’eterna lotta tra cuore e cervello, rappresentati rispettivamente da due entità fittizie a nome Drum, che incarna la creatività e la fiducia in sé stessi, e Mt. Heart Attack, che racchiude in sé tutto lo stress e i dubbi a cui la controparte sembra estranea. Così come in passato, sono soprattutto le suggestioni musicali ad evocare il conflitto interno di cui si nutre il concept. Sarebbe inutile cercare una coerenza di fondo nei testi, qui più che mai semplici acquerelli impressionisti. L’album costituisce l’ennesima deviazione rispetto al passato, abbandonando la cacofonia industriale per concentrarsi su atmosfere impalpabili: l’elettronica viene addomesticata, ricondotta al servizio delle composizioni, e anche la chitarra torna a far sentire la sua presenza tessendo fitte trame ambientali. La voce di Andrew spazia da baritoni sepolcrali ad angelici falsetti, muovendosi a proprio agio in un territorio che concede maggiore spazio alle melodie, per quanto oblique e inusuali possano dimostrarsi. L’elemento distintivo di questo lavoro, però, è soprattutto la presenza di due drumkit – uno dei quali suonato dal chitarrista Aaron Hemphill – che conferisce ai brani una decisa propulsione tribale. Gli studi iniziati sull’album precedente vengono ampiamente approfonditi, processando il suono delle percussioni attraverso riverberi, pitchshifter e delay in modo da alterarne il timbro. Si è molto parlato del presunto carattere krautrock di Drum is not dead, presumibilmente a causa della sua genesi berlinese. In realtà i paragoni con tale scena potrebbero rivelarsi addirittura fuorvianti. Si odono certamente echi dei Can di Tago Mago, ma le fonti di ispirazione più evidenti sembrano essere la musica tradizionale giapponese – richiamata nella marzialità di alcune ritmiche – così come gli onnipresenti This Heat e i PIL di Flowers of Romance.

Nel brano di apertura Be quiet Mt. Heart Attack gli eterei tappeti di chitarra e i cadenzati interventi della batteria contribuiscono a creare un’atmosfera di crescente inquietudine. Puro terrore cosmico è invece quello evocato dal borbottio del basso e dalla cantilena baritonale di Andrew su It fit when I was a kid. La componente tribale emerge prepotentemente su Let’s not wrestle Mt. Heart Attack e Drum and the unconfortable can, mentre A visit from Drum mitiga l’impeto ritmico con una melodia sospesa a mezz’aria. Emerge a tratti un rinnovato interesse verso la forma canzone, timidamente espresso su Drum gets a glimpse, tutta scrosci di piatti e chitarre celestiali, ma già perfettamente evidente in The wrong coat for you Mt. Heart Attack, una cupa ballata che potrebbe ricordare Nick Cave o i Bauhaus. In particolare The other side of Mt. Heart Attack, posta in chiusura, stupisce per la sua sensibilità pop e nell’economia complessiva del disco sembra quasi fuori posto.

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Federico Fragasso
Federico Fragasso
Federico Fragasso è giornalista free-lance, non-musicista, ascoltatore, spettatore, stratega obliquo, esegeta del rumore bianco

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