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Laura Veirs l'intervista in Esclusiva per indie-eye.it 

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Roma – 4 Febbraio 2011 (circolo degli artisti)

La prima delle quattro date italiane del nuovo tour di Laura Veirs parte da una fredda serata romana. A più di un anno dall’uscita dell’osannato July Flame Laura torna on the road con una formazione a tre che risplende di familiarità e affiatamento: ad accompagnarla sono Tim Young alla chitarra elettrica e Alex Guy (collaboratrice di Mirah, Xiu Xiu e Parenthetical Girls tra gli altri) alla viola e tastiere. Alex apre il concerto come opening act con un set acustico in cui propone brani del progetto Led to Sea, a metà strada tra i virtuosismi della prima Anni Rossi e derive folk-noir che spiccano nei pezzi strumentali. Laura sale sul palco illuminata dalla voglia di cominciare ed è Carol Kaye ad aprire il set, lasciando intendere da subito che sarà proprio l’ultimo July Flame ad essere maggiormente reinterpretato. Il mood da inizio estate e il brulichio naturalistico delle tracce dell’album si impossessano subito dell’atmosfera del suo ultimo songwriting, che, spiega Laura, non è propriamente triste, malinconico, ma “exploratory, about the inner world”. Appena impugna il banjo dal pubblico giungono urla di incoraggiamento e la musicista non perde l’occasione per ricordare all’audience le origini africane dello strumento. C’è spazio anche per due cover consecutive, una disarmante All The Pretty Little Horses e una Kingston Town dalla briosa resa country in cui spicca l’assolo di chitarra di Young. Jailhouse Fire dieci anni dopo suona ancora irresistibile come su disco. In una gara di sing-along tra audience in giro per il mondo, il pubblico romano non batte quello di Montreal per i cori di Life is Good Blues, ma a detta di Laura lo supera in divertimento. La stessa magia interattiva torna per la conclusiva July Flame, probabilmente il momento più intenso del concerto. Abbiamo incontrato Laura prima dello show nel camerino del  Circolo degli artisti per chiederle cosa è successo in quest’ultimo anno e quali sono i programmi per il futuro prossimo. Ecco cosa ci ha raccontato.

Il tuo ultimo tour si è concluso ad Agosto con una data a Ravenna, ora il nuovo riparte da Roma. Com’è suonare in Italia?

È un paese stupendo, mi affascina la sua storia. Proprio oggi mentre arrivavamo col furgone notavamo di sfuggita le mura romane. Sono ancora lì! Non abbiamo niente di simile in America. Dev’essere spettacolare vivere tutti i giorni circondati da meraviglie simili.

Ho letto in un’intervista che alcuni tuoi fan erano preoccupati non riprendessi a suonare dal vivo prima del diploma di tuo figlio Tennessee. Da questo nuovo tour dedurranno di essersi sbagliati!

[Ride]. Sì, l’ho sentita questa! Siamo già stati in tour per sette settimane con il bambino e con le prossime tre saranno dieci nel suo primo anno di vita. Direi che va molto bene! A dire il vero ho suonato dal vivo per quattro mesi mentre ero incinta: è impegnativo, ma per me è molto più divertente andare in tour con lui. Non so quanto tu abbia occasione di stare vicino a un bambino, ma hanno un punto di vista completamente diverso, ti fanno notare qualsiasi cosa con stupore, come queste lucine che vedi qui dietro, piuttosto che gli aghi di un pino, qualsiasi scintillio che entri nel loro campo visivo e finisci per notare molte cose che non avresti notato. È divertente avere vicino qualcuno che… non è mai stato in giro prima!

È passato un anno dall’uscita del tuo ultimo album July Flame. Quali sono stati i progetti del tuo 2010?

Ho cantato in alcuni pezzi [Down By The Water e Dear Avery] nell’ultimo disco dei The Decemberists, The King is Dead, come ti dicevo ho suonato per sette mesi e… ho avuto un figlio, cosa non da poco! Inoltre io e Tucker [Martine], il mio produttore e compagno, abbiamo lavorato su una collezione di canzoni per bambini, tradizionali principalmente. Canzoni “artistiche”, per così dire, niente ninnananne. Alcuni pezzi sono più oscuri, altri più allegri.

Il disco avrà una linea narrativa?

No, abbiamo solo scelto canzoni che ci piacevano. Credo non sia solo un disco per bambini, ma piacerà anche agli adulti, perché i pezzi sono molto forti da un punto di vista delle melodie e hanno delle belle storie.

July Flame è un disco molto positivo, per certi versi rigoglioso. Qual è lo spirito da cui è nato il  disco?

Il nome del disco è quello di un tipo di pesca tipica dell’Oregon, dove vivo. Mi piaceva il nome, ho voluto scrivere una canzone con quel titolo ed è uscito fuori un buon pezzo. Poi rileggendo tutti gli altri testi che avevo accumulato mi è parso un titolo adatto anche per l’intero album. L’album è ispirato dalle mie riflessioni sul binomio permanenza/temporaneità e sulle cose che vogliamo tenerci stretti nelle nostre vite il più a lungo possibile, per sempre, mentre dobbiamo accettare che tutto cambia, finisce per svanire e moriremo. Di fatto l’alternativa è vivere il momento, vivere pienamente l’“adesso”. C’è decisamente una linea di pensiero buddista sullo sfondo. È stato un disco difficile per me da scrivere. Non so perché. Forse perché ho scritto tante di quelle canzoni per così tanti anni che ho rischiato di invischiarmi in certi modelli e in certe abitudini di cui mi sono stancata. Così ho continuato a scrivere, scrivere, cambiare accordi su accordi, passare dal banjo al piano in un lavoro ininterrotto, finché ho accumulato sufficienti canzoni che mi sembrassero diverse, eccitanti e sorprendenti. Se sei un artista non vuoi di certo ripetere te stesso.

L’album è stato registrato a casa vostra a Portland. Com’è la dimensione casalinga della registrazione?

È stato stupendo e molto divertente. Io e Tucker abbiamo lavorato insieme per otto dischi, ma questo è stato il primo da quando viviamo nella stessa casa. Abbiamo tenuto lo stesso programma, dalle undici di mattina alle sette: sveglia e caffè, registra il disco, esci a pranzo, registra il disco e così via. In realtà abbiamo i nostri momenti di disagio, perché è difficile ottenere subito una registrazione perfetta di un pezzo di chitarra o delle voci, ma abbiamo lavorato insieme da così tanto tempo che sappiamo come trovare una via d’uscita.

E avete avuto a casa amici e collaboratori, come Jim James [My Morining Jacket, Monsters of Folk], che contribuisce al disco con dei pezzi vocali straordinari. Come è nata la collaborazione con lui?

Ho incontrato Jim in una session di registrazione del disco dei Decemberists, The Hazards of Love. Jim e Tucker sono diventati amici e quando Jim è capitato a Portland Tucker gli ha chiesto se voleva unirsi a noi per registrare il disco. L’atmosfera era decisamente rilassata.

Un canzone del tuo disco è un tributo appassionato alla grande bassista Carol Kaye. Hai avuto modo di incontrarla dopo aver scritto il pezzo, vero? Come è andata?

È divertente perché nel pezzo dicevo che un giorno l’avrei tanto voluta incontrare e stringerle la mano e poi è successo! È una donna davvero adorabile. Ha 65 anni e ancora suona il basso in modo spettacolare. Ho avuto modo di intervistarla e un giorno credo di pubblicare l’intervista, probabilmente online. Lei è molto divertente oltre che straordinaria: si dice che abbia suonato in 10000 sessions, diventando la bassista più registrata su disco di tutti i tempi.

Un’altra canzone del disco ha un titolo originale, Life is Good Blues. Sembra quasi un ossimoro. Di che cosa parla?

Credo che la canzone parli della battaglia quotidiana che ognuno combatte per comunicare con un’altra persona e comprenderla davvero: a volte si ha successo, a volte decisamente no. Parla del desiderio di avere un’esistenza soddisfacente, ma se la ascolti da vicino puoi percepire dell’esitazione, del dubbio. La melodia è in chiave minore ed ha un piglio vagamente blues. Tutto sommato è una canzone speranzosa, che auspica la possibilità di una comunicazione autentica con un altro essere umano.

Tra le altre cose hai anche fondato una tua etichetta discografica, Raven Marching Band. Avete in progetto di produrre anche nuovi artisti?

Tucker oltre a lavorare da sempre come produttore ha la sua band, Mount Analog, che sperimenta con pezzi strumentali bizzarri. Abbiamo intenzione di farlo, sì. Al momento, pur essendo andato molto bene il mio ultimo album, dobbiamo ottimizzare le risorse per il mio prossimo disco. Se le cose andranno bene ci avventureremo anche nella produzione di altre band.

Quando uscì July Flame sul tuo sito comparve un concorso per realizzare il video di I Can See Your Tracks. Il vincitore riceveva una nota di ringraziamento ricamata a mano. Ti dedichi anche al cucito dunque!

Sì, mi piace molto! Mi piace realizzare grandi coperte, soprattutto. Non ho molto tempo, ma ne ho fatte alcune per mio figlio e mi piace regalarle agli amici.

Quali sono stati i tuoi ascolti più recenti e quali sono, se ci sono, le tue nuove fonti di ispirazione musicale?

Ho visto che qui verranno a suonare i Junip, la band con José González: il loro ultimo album Fields mi è piaciuto moltissimo. In realtà recentemente sono tornata indietro nel tempo e ho ascoltato molto Joni Mitchell, Neil Young, Bob Dylan. Non so perché, ma credo che a volte ho bisogno di tornare a questi artisti basilari per poter dire: “Caspita, si può fare così tanto solo con una chitarra o un pianoforte e la propria voce!”. Uno dei miei principali obiettivi è quello di scrivere ottime canzoni concentrandomi sulla sola voce come strumento essenziale, senza la necessità di aggiungere fin da subito strumenti su strumenti.

Se non mi sbaglio Neil Young è stato uno dei tuoi primi amori, le sue canzoni sono state le prime che hai suonato alla chitarra…

Sì ho sempre amato la sua musica. Come ho sempre amato il vecchio country-blues, artisti come Elizabeth Cotten, per dirne una. Quegli artisti hanno davvero formato il mio stile nel suonare la chitarra, il mio finger-style.

A proposito di artisti fondamentali, lo scorso anno hai partecipato a due compilation tributo, una ai Led Zeppelin e una a Bob Dylan. Come nasce il contributo a questi dischi miscellanei?

Nel caso della compilation dei Led Zeppelin il creatore è un mio amico, ci ha contattati e ci ha chiesto calorosamente di contribuire. Abbiamo registrato la cover in un pomeriggio. Nell’altro caso il mio manager ha ricevuto una e-mail dall’organizzatore e ho accettato volentieri. Ormai è davvero veloce contribuire a questi progetti: voglio dire, mi basta registrare con un iPhone!

Hai già canzoni pronte per il nuovo disco?

Sì, ho già scritto dei nuovi pezzi, ma il prossimo album non uscirà prima del progetto di musica per bambini, ci stiamo concentrando su quello per il momento.

Setlist:

1.     Carol Kaye

2.     Ether Sings

3.     Sun Is King

4.     When You Give Your Heart

5.     Where Are You Driving?

6.     All The Pretty Little Horses (Traditional)

7.     Kingston Town (Harry Bellafonte cover)

8.     Jailhouse Fire

9.     Spelunking

10.  Wide-Eyed, Legless

11.  I Can See Your Tracks

12.  Make Something Good

13.  July Flame

Encore:

14.  My Creole Belle (Mississippi John Hurt cover)

15.  Through December

La foto Gallery completa:


 

Giuseppe Zevolli

Giuseppe Zevolli

Nato a Bergamo, Giuseppe si trasferisce a Roma, dove inizia a scrivere di musica per Indie-Eye. Vive a Londra dove si divide tra giornalismo ed accademia.