sabato, Settembre 26, 2020

AAVV – New Wave Italiana 1980-1986 (Spittle Records, 2012)

Stando al giudizio di quanti li hanno vissuti in prima persona, gli anni ’80 in Italia furono un periodo grigio sotto diversi punti di vista. Sul piano musicale fu prevedibilmente l’underground a subire per primo gli effetti collaterali del riflusso. Se è vero che negli anni ’90 i grossi calibri del sottobosco nostrano beneficiarono tutti in qualche modo del polverone post-nevermind (basti pensare ai CSI che conquistano il primo posto nella classifica di TRL, o al duetto fra i Marlene Kuntz ed una celebre cantante straniera, fenomeni bizzarri e semplicemente impensabili fino a poco tempo prima), i loro predecessori non furono altrettanto fortunati. Micheal Azerrad ci insegna che in quegli stessi anni quanti cospiravano contro il mainstream negli USA, tentando di conferire legittimità al punk rock, non avevano vita facile. Immaginiamoci dunque a quale calvario potesse andare incontro chi si prendevano la briga di seminare il verbo alla periferia dell’impero. Artisti, produttori e distributori che scelsero di propagandare la New Wave in Italia dovettero scontrarsi con tre lustri di tradizione cantautoriale, con una scena progressive ampiamente consolidata – seconda solo a quella inglese in termini di prestigio – e con le continue (e inopportune) intrusioni della politica in ambito artistico-culturale, provenienti – sic! – perlopiù dal lato sinistro della barricata. Insomma, i nostri pionieri si mossero sempre in un contesto apertamente ostile a qualsivoglia esternazione nichilista, mancando peraltro delle ramificate infrastrutture clandestine che – alla lunga – fecero la fortuna dei carbonari statunitensi. Incondizionato rispetto va dunque ai tipi della Spittle Records, che all’epoca si immolarono stoicamente alla causa e che oggi ristampano in un doppio cd gran parte del loro catalogo. Fatta questa doverosa premessa, lasciamo da parte le questioni che hanno a che fare con la nobiltà d’animo e limitiamoci ad analizzare New Wave Italiana 1980-1986 da un punto di vista prettamente critico. È opinione comune che la New Wave in Italia abbia rappresentato una sorta di età dell’oro, una fucina di talenti che vedeva lungo l’asse Firenze-Bologna il massimo grado di proliferazione creativa. Eppure, facendo appello ad un minimo di onestà intellettuale, tale giudizio potrebbe facilmente essere rimesso in discussione. A parere di chi scrive, dall’ascolto della compilation emerge chiaramente come l’Italia abbia sempre accettato un certo grado di subordinazione culturale nei confronti del colosso anglo-americano, subordinazione esplicita anche e soprattutto sul piano musicale. La new wave italiana fu filone contraddistinto da una tendenza palese all’emulazione dei modelli stranieri, da un tentativo costante di stare al passo per allinearsi ai più recenti trend. Aspirazione peraltro mai soddisfatta, se solo consideriamo che le produzioni nostrane arrivavano sugli scaffali dei negozi con in media 5 anni di ritardo rispetto a quelle inglesi e americane. Tale esterofilia priva di filtri è dunque il trait d’union che, più di ogni altro, sembra accomunare i vari brani presenti in scaletta. Caratteristica che si palesa nella decisione quasi unanime di affidarsi ad un cantato in lingua inglese. Le proposte che riescono a smarcarsi dall’accusa di plagio, aspirando a qualcosa di effettivamente originale e cercando un legame concreto con le proprie radici culturali (analogamente a quanto stava accadendo nella Germania di DAF e Einstürzende Neubauten), sono più uniche che rare. Perlopiù passano in rassegna imitatori del funk scheletrico e nervoso stile Talking Heads/Devo, o aspiranti darkettoni, indecisi se seguire il modello Joy Division o quello Virgin Prunes. Laddove si occhieggia al pop da classifica i risultati suggeriscono paragoni con Sandy Marton più che con i Depeche Mode. In tale contesto solo i deliranti Plath sembrano meritare la menzione d’onore. Artefici di una proposta decisamente radicale, suonano troppo oltre persino per i canoni attuali. Figuriamoci che razza di scomoda bestia dovessero rappresentare all’epoca. Soltanto i Throbbing Gristle compressi all’interno di un formato hardcore e capeggiati da Stefania Pedretti degli OvO riuscirebbero a produrre qualcosa di altrettanto antagonistico. Dai diamanti non nasce niente. Dal letame nascono i fior.

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Tracklist Cd 1

Gaznevada “Going Underground” | Neon “My Blues Is You” | Pankow “God’s Deneuve” | Carmody “The Perfect Beat” | Diaframma “Pioggia” | Hi-Fi Bros “Punto Amaro” | N.O.I.A. 2The Rule To Survive” | Pâle Tv “Teutonic Knight” | Chromagain “Wake Up” | Monuments “Oblivious” | State Of Art “Dantzig Station” | Central Unit “Saturday Nite” | 2+2=5 “Incontrando Mc.L” | Luc Orient “Night In Paris” | The Stupid Set “Hear The Rumble” | Surprize “Leaves Me Blind”

Tracklist Cd2

Jeunesse d’Ivoire “A Gift Of Tears” | Other Side “Central” | La Maison “5-2-5 Pausa Stop” | Rats “C’est Disco” | X-Rated “Blockhead Dance” | Lisfrank “It’s Life” | Intelligence Dept “Anger Inside” | Rinf “Mexico” | Plath “I’m Strange Now” | Plath “Proetarian Submission” | Dens Dens “Meaning Of Words” | Redox “My Memory” | Illogico “Abilità Motoria” | Degada Saf “Zom Africa” | Le Masque “Mother And Son” | A.T.R.O.X. “New York Race” | Endless Nostalgia “Me And My Alter Ego” | BaciamiBartali “The Prediction” | Davai Ciass “Châtelet – Les Halles” [/box]

Federico Fragasso
Federico Fragasso
Federico Fragasso è giornalista free-lance, non-musicista, ascoltatore, spettatore, stratega obliquo, esegeta del rumore bianco

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