giovedì, Settembre 24, 2020

Zen Circus – Nati per subire (La Tempesta Dischi, 2011)

Se fossimo un paese intelligente e con gli occhi aperti ci ricorderemmo di questo 11 Ottobre 2011; ce ne ricorderemmo per la data di uscita di due dei dischi più attesi dell’anno, Io tra di noi di Dente e questo Nati per Subire. Tanto facile dire che non abbiano niente in comune, il giovane di Fidenza e il trio livornese, ma ancora più facile dire che in quanto opposti rappresentano le famose due facce della medaglia, l’una amore-centrica e legata agli aspetti della coppia come il Battisti che fu, l’altra più centrata sul sociale, battagliera e, senza accezioni negative o positive, di sinistra. Vita privata e realtà pubblica, entrambi provinciali e con orgoglio, entrambi specchio di un paese che a sentir parlare nei media ufficiali così non sembrerebbe. L’appello rinnovato a prestare attenzione a realtà come queste ormai sta appassendo, e ci hanno già pensato in tanti, specie nel recensire questo lavoro. Nello specifico, è facile anche riepilogare come gli Zen Circus siano figli di una tradizione anomala nel nostro paese, quella del folk-punk-rock alternative che vede come numi tutelari i Pixies e i Violent Femmes. Quel che voglio dimostrare ad un più attento ascolto è che Appino, Karim ed Ufo sono cresciuti e non poco in questi due anni, tanto da potersi concedere una paternità diversa da quella rivendicata finora, più italiana e meno statunitense. La formula del disco in italiano ha funzionato alla perfezione con Andate Tutti Affanculo, disco giusto al posto giusto e nel momento giusto, aiutato da un colosso nel suo piccolo come La Tempesta Dischi e incentivato dal degrado politico economico e sociale in cui il nostro stato versa (da molto tempo, ma ancora non ci abbiamo fatto l’abitudine). E così Nati per Subire ci riprova, aiutato da ospiti di grande livello come lo stesso Dente, Giorgio Canali, i Ministri, il solito Gabbrielli, ecc. Nel Paese che Sembra una Scarpa ha il difficile compito di ripagare le aspettative dei fans che in tutta Italia hanno affollato il calendario delle date live, e, diciamoci la verità, forse soffocata da questo peso, non riesce in pieno. A livello lirico può soddisfare le bocche meno viziate, ma non si attesta tra gli episodi migliori (l’autoreferenzialità non paga). Ciò che conta realmente è la virata spaghetti western della musica, le chitarre e la batteria impetuose che oltrepassano la formula del power trio legato alla band, esplorando nuovi (per modo di dire) orizzonti. C’è un abisso a livello di registrazioni, fa uno strano effetto ascoltare l’eco minacciosa che sostiene la voce di Appino, il quale dieci anni fa si sarebbe accontentato di molto meno. La title track è un lungo elenco che ricolloca uomini e donne nell’eden della sconfitta eterna. Anche qui temi consueti e sonorità new wave, non ci si sposta dal precedente episodio. E’ con il singolo L’Amorale, dall’andamento cantilenante e dall’anticlericalismo così consueto al trio, che gli Zen Circus tornano a graffiare, senza affondare pugni nel vuoto ma dando sferzate piene di coraggio. Così pure Atto Secondo, che fa sghignazzare sotto i baffi, a immaginarsela come diventerà una delle preferite nei live. I Qualunquisti si appropria di un titolo alla Baustelle, e si lega comunque al mescolìo di temi e citazioni sbagliate apposta (in questo, forse involontariamente, si ispira alla foga adolescenziale dei Frida Fenner nella colonna sonora di Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Che abbiano voluto recuperare anche così pesanti relitti del passato? In ogni caso funziona). Da La Democrazia Semplicemente Non Funziona in poi la strada è tutta in discesa: questo blues a otto mani con Canali regge bene, con atmosfere da anni di piombo, da il meglio, mischiando detti comuni con nichilismo da strada e catarri di stanchezza. Ragazzo Eroe prende e dà energia e ironia, Milanesi al Mare raccoglie tutta la facilità che sembravano aver abbandonato da Nello Scarpellini.. per rivederla in chiave pseudoimpegnata. Finchè Cattivo Pagatore non conclude con lo stesso incedere della Canzone di Natale dell’album precedente, ridendo delle tristezze di gente meschina, nel torto finitaci involontariamente, accompagnata da carillon e vortici indie. Nati per Subire non è l’album che esce “nel solco del successo”, è una sperimentazione. Non era così scontato che funzionasse (si veda il picco discendente dei Mistici baustelliani, che con troppo sale hanno sciupato una minestra magari molto buona). Non era così scontato che diventasse uguale al precedente. Ciò che è cambiato è la visione musicale dei tre, non più affiatata verso il punk dei Minutemen o il folk dei già citati Violent Femmes, ma più italiani ed europeisti (l’arrangiamento viaggia in questa direzione, è innegabile, smussando molti spigoli vivi incorporati dalla tradizione Zen Circus). Qui lo predico e qui lo nego, che questo disco sarà apprezzato da tutti. Ma per motivi molto più reconditi di quelli legati all’onda lunga del successo.

Zen Circus su myspace

Elia Billero
Elia Billero
Elia Billero vive vicino Pisa, è laureato in Scienze Politiche (indirizzo Comunicazione Media e Giornalismo), scrive di dischi e concerti per Indie-eye e gestisce altri siti.

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