giovedì, Gennaio 21, 2021

Appaloosa – Savana (Urtovox – 2009)

Dopo qualche anno di silenzio (solo discografico, si intende) tornano, da Livorno, gli Appaloosa. E lo fanno rumorosamente e in grande stile, col loro nuovo “Savana”, 38 minuti di math rock in continua mutazione, tra break elettronici, svisate elettriche e groove caldissimi che si inseguono e sorpassano senza soluzione di continuità. A quattro anni di distanza da “Non posso stare senza di te” la carica del quartetto toscano non si è quindi esaurita, ma si è al contrario evoluta, aprendosi a nuovi suoni e, in qualche caso, anche all’uso della voce, finora mai utilizzata. I nomi a cui accostare il sound dei livornesi non possono più essere limitati a quelli dei padri putativi di math-rock e noise, che pur rimangono, ma devono essere ampliati quasi a dismisura, aggiungendo riferimenti al funk, alla psichedelia e a certa elettronica kraftwerkiana, che in alcuni brani, come “Mons Royal Rumbe”, diventa qualcosa di più che un semplice complemento. Due termini usati nelle righe precedenti sono tra i più importanti per capire questo disco: funk e groove. Con questo non si intende certo dire che ci troviamo davanti a degli epigoni di James Brown o di Sly And The Family Stone; la sensazione durante l’ascolto è però quella che durante la registrazione, curata da Giulio Ragno Favero (un nome, una garanzia), sia stata posta particolare attenzione al ritmo, al suo sviluppo, alle linee di basso, in definitiva alla creazione di un suono corposo e denso, molto black e viscerale. Il ritmo diventa così l’architrave su cui erigere poi le tessiture e i riff delle chitarre, a tratti davvero monolitici, e degli altri strumenti, elettronici o meno. È così fin dal primo brano, “Minimo”, in cui si crea un vero e proprio muro di suono, che nel finale degenera in break a singhiozzo; sulla stessa linea si trova anche il seguente “Genny”, un pezzo che è un vero e proprio treno in corsa che sembra non doversi mai fermare, con chitarra, basso e batteria che duellano e si rilanciano a vicenda in continuazione; un altro esempio è la title-track, che prende il via da un minimale beat elettronico per poi esplodere, sorretta da chitarre ora sincopate ora psichedeliche e da un ritmo martellante.

Tra le “divagazioni” da questa linea, oltre alla già citata “Mons Royal Rumbe”, va citata la canzone che chiude il disco, “Giù”. In questo caso, forse a causa della presenza di Appino degli Zen Circus come ospite alla voce, l’andatura si fa a tratti più marziale, anche se le esplosioni soniche più tirate non mancano. “Savana” è quindi un ottimo disco, fuori dalle solite coordinate indie italiane, carico di idee e di visceralità. Agli Appaloosa e al loro coraggio, che li spinge a tentare una via non facile, va tutto il nostro sostegno. Anche se la copertina dell’album è ben oltre il limite del trash.

Gli Appaloosa su myspace

Fabio Pozzi
Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.

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