sabato, Agosto 15, 2020
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Gazpacho – Demon: la recensione

Niente a che vedere con la nota zuppa di Almovodoriana memoria, anche se l’idea che al pomodoro ghiacciato e ben speziato si possa aggiungere, come nel film del regista spagnolo, un bel mix di anfetamine, potrebbe essere ottima per descrivere bene il contenuto schizoide di questo nuovo lavoro dei Gazpacho. La band di Oslo, che è entrata a far parte del roster K-scope a partire dal 2010, anno del loro sesto album intitolato Missa Atropos, riceve una serie di consensi da parte della stampa specializzata, di orientamento sopratutto metal, con il successivo March of Ghosts del 2012, album influenzato in parte dalla psichedelia floydiana, e figlio di certe derive prog-metal, senza ovviamente la potenza visionaria di band storiche come i Voivod della seconda fase. Demon contiene quattro tracce che mantengono lo spirito prog per struttura e lunghezza, perdendo per strada tutte le influenze hard-rock e costruendo al contrario una diversa impalcatura, adatta per accogliere derive world di vario tipo, influenze etniche tra tango e tarantella e la melanconia di Radiohead, Porcupine Tree, e forse anche dei Beirut, tanto per dare un’idea complessiva del loro suono. Discontinuo più che eclettico, anche all’interno di uno stesso brano, opta per una drammatizzazione del racconto sonoro magniloquente ed orchestrale, che strizza l’occhio a tutte le produzioni nordiche evanescenti degli ultimi dieci anni, dove la conclusiva Death Room di 18 minuti e passa rappresenta un vero e proprio colpo di grazia; ci si chiede se non sia il caso di recuperare gli album della povera Enya.

 

Piero Certini
Piero Certini
Piero Certini si è laureato in letteratura anglo-americana con una tesi su Raymond Carver. Ama tutta la musica pop e crede che tra questa e un romanzo non ci siano grandi differenze.

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