mercoledì, Settembre 30, 2020

Massimo Ruberti, il trafficante di suoni e le colonne sonore immaginarie per mondi alieni: l’intervista

Massimo Ruberti è nato e vive nella Livorno post-industriale, città da sempre caratterizzata da numerose contaminazioni e che influenza l’elettronica di questo “trafficante di suoni”, come ama definirsi prendendo in prestito uno statement di Brian Eno utilizzato per definire con orgoglio le sue qualità di “non musicista”. Colonna sonora immaginaria a metà tra l’acustico e l’elettronico, la musica di Ruberti è per “viaggiatori statici“. Narrativa e cinematica è spesso incentrata sul concetto di viaggio, sia fisico che interiore e ben si presta al connubio con le immagini. L’album più recente dell’artista livornese è “Granchite Yumtruso “, concept diviso in due parti e attraversato da altrettante anime, una elettronica, l’altra primitiva ed arcaica, ben espresse dalla contaminazione di strumenti acustici con i devices elettronici. Come dice Ruberti “Lamellofoni che incontrano le macchine“.
Oltre al suo lavoro come inventore di “colonne sonore immaginarie”, Ruberti milita negli eccellenti Rupert, di cui abbiamo presentato in esclusiva il video di Wandering

Dopo aver ospitato su queste pagine la sua musica, lo abbiamo intervistato.

Massimo Ruberti su Soundcloud

Wilderness (videoclip)(Granchite Yumtruso PT.2)(Nostress Netlabel 2018) – official videoclip di Massimo Ruberti

 

Puoi raccontarci i tuoi esordi?

Ho iniziato a far musica dai primi anni ’90 suonando in diverse formazioni più o meno rock della mia città natale, Livorno, per poi approdare all’elettronica nei primi anni duemila. Comincio con un vecchio PC, field recordings e delle tastiere giocattolo. In quel periodo di sperimentazione e apprendimento, le mie composizioni erano prevalentemente usate per installazioni artistiche, video, happenings.

Ti definisci ‘trafficante di suoni’, quanto la definizione è legata alla città di Livorno?

Direi che pur non mancando ne traffici ne trafficanti nella mia città, non è legata in modo particolare al mio rapporto con Livorno. O almeno, non in modo conscio. Io pensavo più alla definizione che Brian Eno dava di se stesso, cioè di ‘non musicista’. Mi definisco scherzosamente così, trafficante, proprio per indicare questo mio voler essere trasversale. La sua affermazione continua ad affascinarmi anche a distanza di così tanti anni.

Quanto Livorno ha influenzato la tua musica e quanto la riconosciamo dentro di essa?

Io credo di essere molto ‘outsider’ rispetto a quello che di solito si ascolta in giro nella mia città. Credo che l’unico modo nel quale Livorno mi abbia influenzato musicalmente sia stato nel ripiegarmi su me stesso e immaginarmi colonne sonore per film del tutto inventati.

Prima della musica elettronica ci sono state altre scelte, puoi raccontarcene il percorso fino a questo punto?

Prima dell’incontro con l’elettronica ho avuto due gruppi musicali più o meno rock: i Golem negli anni ’90 dove facevamo dark-rock e suonavo la chitarra elettrica e i Disvega negli anni 2000 dove suonavo il basso e facevamo alt-pop-rock. Contemporaneamente all’elettronica di questi anni ho un altro progetto musicale chiamato Rupert, formato assieme alla metà dei Disvega, insieme a Daniele Catalucci dei Virginiana Miller al basso e elettronica e Ada Doria alla voce. In questo caso sono passato infatti dal basso ai sintetizzatori e abbiamo un EP pubblicato digitalmente con la label Santeria. Coi Rupert suoniamo chamber pop in lingua inglese, contaminato dall’ elettronica e da arrangiamenti orchestrali.

Quali sono gli elementi che caratterizzano la tua musica di adesso?

Fino all’ ultimo lavoro del 2018, Granchite Yumtruso 2, la mia musica è stata caratterizzata principalmente da una forte componente visuale, una musica cinematica la definirei, adatta e pensata per immagini in movimento. I miei lavori precedenti sono stati molto eterogenei tra loro, sia per il modo compositivo, sia per i mezzi e gli strumenti usati, sia per i temi trattati. Ma questo è quello che li accomuna tutti. Inoltre sono uniti da un sottile filo rosso che è comunque quello del viaggio, della fuga, di un cammino di ricerca sia verso l’esterno ma anche verso l’interno, verso il nostro ‘inner space’. Per quanto riguarda invece il progetto Rupert, viene fuori la mia vena mai sopita vicina al cantautorato, che esprime l’amore nei confronti del pop. Ricerca di equilibrio tra testo e musica.

Granchite Yumtruso, puoi spiegarci il titolo ?

No (!) perchè non è spiegabile. E’ un nonsense, non significa nulla. E’ nato da un cut-up, in maniera del tutto casuale, un gioco fanciullesco. Per questo lavoro volevo un titolo che non avesse alcun legame col mondo reale e di conseguenza nessun tipo di chiave di lettura che potesse influenzare una possibile decodifica dei pezzi. Infatti anche per i titoli delle composizioni ho usato lo stesso sistema, seppur meno astratto e comunque riconducibile a  immagini o a concetti. Questo perchè i brani di questo disco non sono etichettabili e sono molto diversi l’uno dall’altro, pur avendo un tema di fondo comune che è l’ibridazione tra primitivismo ed elettronica. Una definizione che li accomuna tutti potrebbe essere ‘science fiction alien world music’ (!)

Massimo Ruberti – Snorri Hollow Earth – dir: Maximilian Urazov

Maximilian Urazov da Tashkent a Kiev, il percorso di un videomaker tra spiritualità e racconto (approfondimento)

Maximilian Urazov si trasferisce con la madre ad Odessa dopo la crisi post sovietica degli anni novanta. Nella città ucraina percepisce affinità e contrasto allo stesso tempo e qui si laurea in economia, facendo molta esperienza in questo campo, fino alla direzione di una società di vendita. Ospitato in televisione come esperto del settore, tenta la via del giornalismo e comincia così a sviluppare un suo gusto per la narrazione e per il montaggio dei propri reportage. Regia e produzione lo portano a Kiev dove è cresciuto professionalmente e a livello creativo. Una spiritualità personale e senza dogmi è al centro della ricerca di Urazov dove l’auto miglioramento, lo sguardo verso altri mondi, contamina la sua ricerca digitale nel campo del videomaking. Con questo spirito realizza due video per Massimo Ruberti, il primo è di due anni fa è si intitola Snori/Hollow Earth e il secondo si intitola Falling, del 2018.

Nell’album oltre all’approccio elettronico c’è una parte più tribale, in cosa consiste sia dal punto di vista del concetto che in termini strumentali?

Come accennato prima, il ‘leitmotiv’ del disco è infatti proprio questa dualità, la fusione tra questi due estremi. In termini strumentali, ho usato tanti campionamenti di vecchie registrazioni etinche, soprattutto africane, dagli anni ’50 agli anni ’70. Registrazioni su cassetta! E’ stato un lungo lavoro; sbobinare, ascoltare, scegliere, registrare e campionare, ma è stato veramente appassionante e mi ha aperto un mondo che conoscevo poco. Concettualmente, posso dire che le due parti che compongono Granchite Yumtruso sono una sorta di concept album, ambientato in un mondo alieno dove coinvivono molte etnie primitive, assieme a macchine pensanti ed intelligenze artificiali. Tutto ciò viene fuori dal mio amore per la letteratura fantastica e per la science-fiction.

C’è una dimensione descrittiva nella tua musica oppure preferisci l’assimilazione con il viaggio interiore?

Sicuramente l’aspetto descrittivo prevale. La mia musica descrive viaggi o situazioni che vedo scorrere davanti agli occhi come i fotogrammi di un film. All’ inizio di un progetto ho bisogno di fissare per primi i confini del mio campo di azione. Solo dentro questi confini mi sento veramente libero di procedere. Per questo spesso mi sono ispirato a romanzi per scrivere i miei dischi, o a particolari temi ben definiti, come ad esempio l’avventura dell’ Apollo 11 nel disco ‘Armstrong’. Una volta interiorizzato questo mondo e fatto mia carne, posso viaggiarci dentro, posso vederlo e posso mettere in musica quello che vedo.

Chi sono i tuoi eroi e le tue influenze principali, è una domanda antipatica ma puoi limitarti ai cinque dischi che ti porteresti dietro sull’isola deserta, magari con una descrizione breve del motivo , per ogni disco.

Sono deliziosamente morboso nel fare elenchi, ma mi limito solo ai dischi di elettronica, ed è dura sceglierne solo così pochi:

SUICIDE st

AIR Moon safari

KRAFTWERK Trans Europe express

BOARDS OF CANADA In a beautiful place out of the country

LCD SOUNDSYSTEM American dream

RADIOHEAD Kid A

Dal vivo come lavori sulla tua musica?

Fino ad oggi ho usato il mio laptop, qualche controller e pochi altri strumenti analogici. Cerco di viaggiare il più leggero possibile! Spesso accompagno i miei live con delle proiezioni che scorrono su di me. Attualmente sto rivedendo tutto questo approccio e sto cercando di essere molto più analogico che digitale, anche se vuol dire un maggior carico da portarsi dietro! Sto sperimentando.

Come ti sei trovato con l’etichetta Nostress e precedentemente con Santeria?

Con quest’ultima abbiamo pubblicato digitalmente l’ EP ‘Wandering’ dei Rupert. Per la mia produzione di musica elettronica invece da diversi anni sono con la palermitana Nostress, che è una netlabel che pubblica elettronica, space, kraut e sperimentale. Tutto in creative commons e in free download.

La Nostress è una delle realtà più interessanti nel panorama delle netlabels italiane. E’ saldamente radicata nel territorio palermitano, collaborando con locali, associazioni, artisti e videomaker per portare avanti la sua idea di musica libera. Paolino Canzoneri, il boss, è una persona meravigliosa e sinceramente in questo tipo di realtà, non potevo trovare di meglio. E poi suonare a Palermo è sempre una bella esperienza!

Raccontaci i tuoi progetti futuri

Con il progetto Rupert abbiamo iniziato a lavorare sui pezzi di un possibile secondo lavoro. Questa volta invece di un altro EP vorremmo realizzare un lavoro più lungo. Stiamo lavorando principalmente a distanza, ci scambiamo idee ed arrangiamenti via internet e lavoriamo in team. Senza particolare fretta, visto che Rupert è uno ‘Slow down Project’ (!) e che ognuno di noi ha altri progetti da portare avanti.

Contemporaneamente a questo, sto pensando ad un nuovo progetto elettronico, un duo più analogico che digitale, assieme ad una voce femminile. Un progetto che si inquadri comunque nella forma canzone dei pezzi, in una prospettiva pop anche se sperimentale. E di conseguenza, ad un ripensamento della dimensione live.

Infine, ho in cantiere l’ intenzione di perfezionare i miei primitivi cut-up video e lavorare in maniera più completa con le immagini in movimento. Usando programmi di montaggio video, come ad esempio Premiere, ma anche hardware come il video sintetizzatore ETC della Critter & Guitari.

Donatella Bonato
Donatella Bonato
Veneta, appassionata di tutti quei suoni che alterano la percezione, si è laureata in storia dell'arte nel 2010 e alterna la scrittura critico-musicale al lavoro per alcune fondazioni storiche.

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