Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

L'ultimo splendido film di Lee Yoon-Ki in concorso a Berlino 61 filma l'invisibile di un sentimento amoroso tra presenza e distanza in uno dei suoi film più belli 

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Tratto dal breve racconto del Giapponese Areno InoueThe Cat that can never come Back” il nuovo film di Lee Yoon-Ki è una sintesi di tutto il lavoro sullo spazio del regista Coreano, che con Come Rain, Come Shine giunge alla sua sesta regia, incluso il misconosciuto e bellissimo film per la televisione intitolato The hard Goodbye.

Lee Yoon-ki è un cineasta ancora sconosciuto per il pubblico Italiano ma può già contare su un interesse di tipo internazionale molto vivo, soprattutto in Francia e in Germania dove per la seconda volta, dopo lo splendido My Dear Enemy, è presente a Berlino. Dalle storie brevi Lee Yoon-ki elabora quasi sempre un cinema dell’esperienza, legato principalmente ad un’attenzione specifica nei confronti dello spazio fisico, rivelatore principale dello stato d’animo dei suoi protagonisti, quasi sempre collocati in una posizione di effrazione. Se i tempi del suo cinema sono quelli della sophisticated comedy o del melodramma, Lee-yoon ki è tra i pochi registi Coreani contemporanei che riesce a reinventare la percezione del genere arricchendola quasi sempre di una tensione impalpabile, oscura, teneramente minacciosa.

E’ il caso di film come Ad Lib Night, il già citato My dear Enemy e l’esperimento apolide di Love Talk, forse il suo film più sbilanciato tra formato Americano, cinema Europeo e minimalismo Asiatico ma anche quello maggiormente legato al rapporto tra corpi e spazi. Come Rain Come shine proprio per questo si presenta come un distillato estremo del suo cinema; completamente ambientato in un’appartamento, osserva attraverso gli oggetti i giorni che dividono una coppia dalla loro separazione, filmando il sentimento della fine con un’attenzione sofferta all’inerzia delle cose da far pensare ad un piccolo omaggio, intimo e solitario, al cinema di Ozu.

Realizzato senza l’ausilio di una vera e propria colonna sonora, tranne il brano che introduce il film e che lo chiude con i titoli di testa, Come Rain, come Shine è minacciato dal suono incessante della pioggia, terza presenza invisibile del film; è attraverso l’elemento sonoro che Lee Yoon-ki suggerisce un sentimento che risiede tra la tenerezza e la morte, svelando senza la retorica della parola quella sensazione di scollamento dal reale che rende percepibile il confine tra estraneità e familiarità nel momento apicale di una separazione. Sembra rinunciare alla dinamica del viaggio, o dell’irruzione improvvisa in uno spazio alieno e al contempo familiare, ma è una sensazione offerta da un processo di interiorizzazione di questo movimento. Se in Ad Lib Night l’impostura di fingersi la figlia di un uomo morente per arrecare sollievo ad un’intera famiglia innescava una concezione dello spazio familiare come un involucro minacciato da continue rotture; questo senso di invasione e di incongruenza viene da una parte relegato da Lee Yoon-ki nell’episodio dei vicini di casa che irrompono nella casa della coppia per recuperare il loro gattino, filmata magistralmente con la medesima attenzione visiva, di stampo quasi Rohmeriano, ai minimi slittamenti del sentimento, ma è soprattutto sviluppata ad un livello interiore, con l’insistenza su spazi vuoti, oggetti inerti, tracce di una vita materiale che identificano un luogo di contatto tra presenza e distanza, affetto e repulsione; Lee Yoon-ki riesce davvero a filmare l’invisibile, restituendoci l’immagine di un sentimento d’amore che si spegne e che cogliendo atterriti coloro che lo vivono, li costringe ad abitare un non luogo tra realtà e non essere.

Michele Faggi

Lee Yoon-Ki
Come Rain, Come shine
Corea - 2013

Con Hyun Bin, Jung-woo Ha, Hye-ok Kim, Ji-su Kim, Jung-ki Kim
Durata 102 min
Titolo originale Saranghanda, Saranghaji Ahnneunda