Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Con il cuore osservato da vicino, John Cale fa nuovamente esplodere il suo repertorio nel bellissimo concerto di Estate in fortezza a Pistoia, lo scorso 5 luglio nella suggestiva cornice della Fortezza Santa Barbara. Tra futuro e tradizione è il tradimento che ci rende vivi: Il report completo. 

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[La foto di Copertina è di Rachele Pollastrini]

Un momento prima che John Cale e la sua band occupino il loro posto sul palco di Estate in Fortezza, il Waltz 2 dalla Jazz Suite No. 2 di Dmitri Shostakovich imposta per brevissimo tempo il tono della serata. In quel logoro e borghesissimo dissidio tra le forme della musica “colta” e tutto il resto, che talvolta anima le conversazioni dagli orizzonti ristretti, aprire con la musica del grande compositore russo è una scelta ben precisa, se si coglie nell’incedere marziale di quelle note, la sintesi a tratti parodica, umoristica e spesso sbilanciata tra sarcasmo e tragedia di numerose tradizioni musicali, dal folk al Jazz, passando per quella grande eredità sinfonica che gli consentiva di riscrivere Mahler attraverso la lezione di Glasunov, Prokofiev e Katchaturian.

I primi due brani che Cale esegue in apertura dello splendido show pistoiese sono figli di un contrasto molto simile; entrambi tratti da “Paris 1919″, l’album pubblicato da John Cale per la Reprise dopo il coltissimo e anti accademico “The Academy in Peril“, sono attraversati dall’amore del musicista gallese per Brahms, il minimalismo, la musica country, Dylan Thomas, Graham Greene e per quei personaggi in movimento perenne che si confondono con la biografia del musicista gallese. Geografia immaginaria che apre i confini di un’Europa tra realtà e flusso di coscienza, molto diversa da quella Bowiana e dalla Berlino di Lou Reed.

Quel viaggio che conduce Cale dal Galles agli Stati Uniti, lo colloca in una posizione di transito che lui stesso definisce come “tradimento”, dimensione fondamentale per comprendere la sua musica anche nella relazione mai riconciliata con le tradizioni, inclusa quella Rock’N’ Roll.
Di “The Endless Plain of Fortune” e “Half Past France” non rimane niente rispetto a quello che conosciamo, così come è accaduto recentemente con la ri-scrittura di “Music for a new society“.
E non è più “Rock” in senso “stretto” la bellissima “Dirty Ass Rock ‘n’ Roll” che conclude un trittico elettronico per come è stato eseguito a Pistoia, le cui atmosfere saranno recuperate più avanti durante il concerto.

Quello che ancora stupisce e coinvolge della relazione tra tecnologia e forma nella musica di Cale, è la sua capacità di renderla un oggetto incandescente con l’inserimento di campioni anomali, digressioni rumoriste oppure descrittive, elaborate in versione quasi vernacolare.
Una ricerca dell’estremo che forza quasi sempre i limiti del “bello”, sopratutto nei concerti dal vivo, tutte le volte esperienze uniche, come testimoniano i numerosi live ufficiali pubblicati durante la sua lunga carriera.
Ho visto John Cale dal vivo sei volte, se includiamo la memorabile re-union dei Velvet Underground del 1993 e il tributo a Nico a Ferrara e non ricordo un approccio normativo o peggio ancora celebrativo alle setlist. Al contrario, nei suoi concerti, ogni elemento pulsa tra memoria e una nuova, possibile narrazione.

E se “Fear Is A Man’s Best Friend” e i due episodi Velvetiani, “Venus in Furs” e “I’m Waiting for the Man“, sembrano seguire il percorso della fedeltà, lo spirito che le anima è quello di una rinnovata e vitalissima ferocia che esplode in una delle più belle versioni di “Helen of troy“; satura, rumorosissima, porta con se tutto il genoma dell’alternative rock dagli anni 80 sino ad oggi, ma neutralizzandone la retorica, con una sintesi formidabile, per suoni e arrangiamenti, che sono tutti del Cale compositore “colto”.

Nel mezzo una bellissima versione di “Hedda Gabler“, tutta giocata tra la drone music di Cale e la chitarra di Dustin Boyer che la rende più aerea, nonostante l’incedere funereo tuttoggi invariato.

Persino “Wasteland“, tratta da “Black Acetate”, uno degli album più recenti di Cale, pubblicato all’inizio del nuovo millennio nel 2005, perde totalmente l’allure di una ballad psichica e fuori dal tempo, per diventare un assalto elettronico dagli echi industrial, cupissimo e senza uscita come il pessimismo delle liriche e quell’abbraccio nell’oscurità che mantiene l’unica traccia di umanità in un paesaggio infernale e nero come la pece.

Hatred” è l’unico brano nuovo della scaletta, che si aggiunge ad altri eseguiti durante i recenti concerti europei e che fa ben sperare per l’album “rap” che il nostro dovrebbe far uscire. Si tratta in effetti di un brano animato da un giocoso free talking, combinato con l’incedere tribale e un anthem di lotta che sembrano provenire da una riserva indiana.

Alcuni cavalli in libertà animano i visuals sullo sfondo, mentre Dustin Boyer gioca con i samples, facendoli nitrire. Anche in questo caso, l’accademia del rap anni ottanta è vitalmente in pericolo, figuriamoci quella legata a ciò che stiamo vivendo adesso come momento “rivoluzionario”.

I visuals occupano uno spazio fondamentale negli show “portabili” di Cale, semplici, talvolta legati ad un’estetica apparentemente fuori tempo massimo, in realtà sono violentissime ferite dell’immagine che utilizzano numerosi pattern per evidenziarne la struttura molecolare, una lotta costante tra organico e inorganico. Durante il concerto di Pistoia, più di quello visto a Fabrica esattamente un anno fa dove qualcosa non aveva funzionato, le proiezioni erano impeccabili e si legavano alla narrazione sonora spesso per allusione, altre volte in forma più diretta, ma mai in modo didascalico, perché nel seguire l’andamento di un brano, più del contenuto “tout court”, sollecitavano o erano sollecitate dalla sua essenza, tra scrittura e invenzione.

La chiusura del live è affidata ad un altro estratto da “Paris 1919”.  “Macbeth” interpreta il personaggio shakespeariano tra astrazione e biografia quotidiana e nel raccontare il ritorno definisce il legame con le proprie radici come la dolorosa relazione con una terra di mezzo, tra famigliarità ed estraneità: “Alas for poor MacBeth / He found a shallow grave / But better than a painful death / And quicker than his dying breath

Chiusura che trasforma il brano più velvetiano di “Paris 1919” in uno stranissimo funk post-moderno, affiliato con l’episodio precedente. L’ironia è intatta, ma rispetto alla narrazione sostenuta dell’originale, nella nuova versione c’è uno spleen malinconico e una relazione costante con la minaccia della morte, spirito presente durante tutto il set.

Come sarebbe possibile chiedere un bis dopo una conclusione come questa; eppure nessuno di noi resiste, perché lo sbilanciamento tra gioco e disillusione è capace di creare un inafferrabile contagio. John Cale è generoso nel modo più puro del termine e difficilmente concede qualcosa in più rispetto alla coerenza interna dei suoi set. L’abbraccio finale solo piano e voce che introduce come canzone d’amore è allora l’unico encore possibile, perchè in quella che chiamiamo ricerca della verità, appare l’ombra di un fantasma:  I keep a close watch on this heart of mine

 

Michele Faggi

Michele Faggi

Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.