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Abbiamo incontrato Hauschka per saperne di più sul suo piano preparato e il suo nuovo disco, Salon Des Amateurs 

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Hauschka è passato da Milano per presentare il suo nuovo album, Salon Des Amateurs, un interessante viaggio dentro sonorità in bilico tra classico e moderno, un ponte lanciato tra il mondo accademico e quello dell’elettronica. Abbiamo colto l’occasione per fargli qualche domanda sul disco e sulla sua attività con il piano preparato. Ecco cosa ci ha raccontato.

Iniziamo parlando del tuo nuovo album, Salon Des Amateurs, in cui utilizzi le qualità percussive del tuo piano preparato in modo da richiamare alla mente house e techno. Da dove arriva questa idea?

Il mio background è legato prevalentemente alla musica elettronica; fin da quando avevo nove anni suonavo il piano, però all’inizio ho lavorato in una direzione pop e poi elettronica. Intorno al 2000 ho fatto due dischi techno con un’etichetta tedesca, la Kompakt, poi ho iniziato a pensare che il piano potesse essere uno strumento interessante e con cui potessi esprimermi. Ho fatto dei dischi abbastanza calmi, silenziosi, poi l’anno scorso ho deciso di tornare verso un’area più ritmica, più rumorosa. È abbastanza difficile rendere il piano più rumoroso, ma tento di renderlo il più possibile. Il mio desiderio sarebbe vedere gente fare stage-diving a un concerto di pianoforte e mi ci sto avvicinando. La mia idea è che la gente possa partecipare fisicamente e muoversi più che a un normale concerto pianistico. Non per questo rinuncio a passaggi più lenti, una dinamica non esclude l’altra, le affronto entrambe durante un live.

Sei di Dusseldorf e abbiamo parlato di musica elettronica, è dunque impossibile non parlare dei Kraftwerk. Ti hanno influenzato in qualche modo?

Quando mi sono trasferito a Dusseldorf i Kraftwerk avevano già fatto i passi principali della loro carriera, non dico tutto ma sicuramente i loro dischi migliori erano già stati fatti; per questo sono rimasto abbastanza sorpreso quando hanno fatto un altro disco ottimo nel 2003-2004, seguito anche da un grande tour, l’ultimo grande tour che hanno fatto. Sono riuscito a vederli una volta in quell’occasione. Penso che l’intera scena di Dusseldorf risenta dei forti legami con l’arte, con pittori e scultori provenienti dall’Accademia e dai vari circoli ad essa legati, ad esempio il Salon Des Amateurs che dà il titolo al mio disco è un locale gestito da ex-studenti dell’Accademia; penso che i Kraftwerk siano una band che poteva uscire solamente da un ambiente del genere, come anche i Mouse On Mars, che hanno un approccio artistico a metà tra l’astratto e il melodico, una cosa che penso si ritrovi anche nella mia musica.

In questo disco ci sono ospiti come Samuli Kosminen dei Mùm e John Convertino e Joe Burns dei Calexico. Come sei entrato in contatto con loro? E cosa hanno portato alla tua musica?

Con Samuli sono in contatto da tempo ormai, da quando nel 2007 sono stato in tour con i Mùm in America; poi l’ho rincontrato per caso quando entrambi stavamo viaggiando in aereo verso il Giappone. Il volo durò parecchie ore, quindi parlammo a lungo sulla mia idea di usare due batteristi in concerto, visto che già da molto volevo avere molte più percussioni sul palco; quando poi ho iniziato a lavorare al disco gli ho chiesto se voleva unirsi a me. Joe e John invece sono persone con cui ho molti amici comuni; questi amici mi hanno detto molte volte che avrei dovuto incontrarli, perché pensavano che avessimo un approccio simile alla musica, perché l’aspetto sperimentale è molto forte in quello che fanno. In più sono persone splendide, simpaticissime. Quindi c’era già stata una specie di contatto quando poi vennero a un mio concerto a Lipsia, perché erano rimasti bloccati lì per colpa del vulcano islandese lo scorso anno; in quell’occasione parlammo molto, poi li rividi a un altro mio concerto a Dusseldorf e lì decidemmo di scambiarci del materiale. La collaborazione è avvenuta così: io registravo della parti di piano, quindi gliele inviavo e loro erano liberi di fare ciò che volevano, di seguire il loro istinto musicale. Mi hanno rimandato tracce di batteria, che era il mio intento iniziale, di base, ma anche di vibrafono, di violoncello, di armonica, di mandolino, tutte grandi tracce.

C’è poi un altro collaboratore, non musicale, Sjon Sigurdsson, che ha scritto una breve storia che compare sul booklet dell’album. Come sei entrato in contatto con lui?

L’ho conosciuto a un festival della letteratura a Berlino, dove lui era parte della giuria. Parlando ci siamo resi conto di avere molti amici in comune; ho scoperto che scrive racconti e a me piace avere brevi storie a corredare i libretti dei cd, è una cosa che ho fatto per quasi tutti i miei dischi. Gli ho quindi chiesto se volesse scrivere per Salon Des Amateurs, cosa che ha fatto; devo dire che la storia che ha ideato è davvero bellissima e ne sono molto felice.

 

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Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.