giovedì, Dicembre 8, 2022

Cranchi Band – Caramelle cinesi (Autoproduzione, 2011)

È sempre bello stupirsi della scoperta casuale di piccole gemme musicali italiane. Massimiliano Cranchi, voce e chitarra della Cranchi Band, ha una forte predisposizione alla scrittura poetica, alla narrazione e all’arte di trovare ricchezza nella semplicità. Doti rare da sempre, ma in particolare oggi. Ha una voce che sembra fatta apposta per il tono intimista del lavoro della sua band: dieci pezzi acustici in cui chitarre, basso, batteria, armonica, piano e poco altro viaggiano in armonia con liriche dolci e senza tempo sul filo del ricordo di posti, odori, sensazioni e persone lontane da se stesse o dagli altri.

La chitarra e la voce di Massimiliano aprono Un Tema, prima perla acustica del disco. L’armonica delle ultime note, poi, lascia il posto alla seconda traccia, Marco Polo, un pezzo sui ricordi di un amore descritto con metafore legate al viaggio, in cui i particolari della bellezza fisica della persona lontana si confondono con i luoghi rivisitati dalla memoria.
Ancor più dolce e malinconica è Ulisse, canzone in cui la voce di Massimiliano duetta con quella di Marta Poltronieri per continuare a narrare la storia di un amore qui paragonato a quello tra Ulisse e Penelope.
Ma se mitologia greca lesina in realtà e concretezza, Le ragazze di San Frediano sono figure tutt’altro che mitologiche; a far da colonna sonora alle loro vite c’è un pezzo vivace, vagamente dylaniano, che parla al presente e lascia in standby per qualche minuto la dolcezza dei ricordi di altri tempi.
La Cranchi Band sta di casa nella “bassa” tra Ferrara e Verona e si definisce gente di fiume, sperduta nelle campagne padane. Anche il loro disco è in qualche modo pianeggiante, rilassato e sicuro come quei paesaggi. Non sembra raccontare molto più di quel che si può sognare di essere, a trent’anni, in un altrove distante e diverso che a tratti è stato vissuto e, altre volte, è stato solo immaginato.
“E al mattino mi chiedi tu cosa vedi/Io vedo il mare” (Ulisse) è un po’ la strofa chiave di questa sorta di concept album sul viaggio dell’immaginazione.
Il penultimo pezzo, Grazie uva, è una dedica accorata al frutto della vite e a tutto ciò che rappresenta la sua raccolta: la fine dell’estate, il rimboccarsi le maniche e il ritorno alla realtà con i piedi per terra. Infine, dopo il ritorno alla realtà arriva il sarcasmo quasi delirante di Repubblica a chiudere questo disco d’esordio che, speriamo, avrà presto un compagno di discografia.

Flora Strocchia
Flora Strocchia
Flora scrive, è traduttrice, ascolta molta musica e non si perde un concerto.

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