giovedì, Settembre 24, 2020

merz – moi et mon camion

moi_et_mon_camion.jpgConrad Lambert introduce il suo nuovo lavoro con un bozzetto di chiarezza quasi imbarazzante, folktelling dalle aperture corali e british che dichiara da subito uno strano equilibrio tra la ricerca di un essenza desertificata e il suo esatto contrario; un camminare sul filo che getta nel baratro la propensione alla magniloquenza del racconto e della sua decorazione. E’ un’idea che persiste dopo l’ascolto di Call me, la seconda traccia di Moi et mon camion, strana miscela tra l’intarsio dei beach boys e la cartavetro leggera di Aimee Mann, una struttura che pur nella sua concisione accattivante e di facile presa, dilata i confini verso una durata che sembra infinita a causa o per una salvifica coda etno-soul che trasforma il brano in un’ossessione minimale, dove il limite tra elettronico e acustico è un gioco di slittamento del senso ancora più forte che nei lavori precedenti di questo polistrumentista apolide di stanza a Bristol. La bellisima Shun (Sad Eyed Days) prende questi elementi e li fa esplodere in un magma smisurato, l’incedere ipnotico a metà tra orientalismi sintetici e una versione torbida della musica nera rivista da Thomas Dolby si trasforma in un crescendo orchestrale ed eurotrash che tradisce vocazioni sinfoniche nel corpo angusto di un progetto che rivendica ad ogni nota ascendenze minimali. Il Jazz crepuscolare di Malcolm ribadisce questo confine sognante, tra soundtrack in economia orchestrale riprodotta da un simulacro elettronico (il primo, dimenticato, Carter Burwell e anche Wendy Carlos) cosi che la distanza e la desolazione dei testi di Lambert, si riverbera in un melodramma sonoro glaciale, assolutamente antiromantico, crudele come la forma ossea dell’abbandono. In un certo senso, si comincia a respirare e a uscire da questa claustrofobia truccata con il miele con una delle tracce più aderenti alla tradizione, Silver Moon Ladder ha l’anima del Jazz invisibile di merz2.jpgRichard Thompson, con tutte le derive progressive del caso che costringono la sezione centrale del brano ad impattarsi contro il solito trucco di un’elettronica invisibile; un brano splendido che si riapre al cristallo della title track iniziale. Anche se Presume too much e Lucky Adam si rivelano come gli episodi più deludenti nella loro propensione mainstream, la prima quasi un anthem alla Elbow e la seconda un pop-stomp ballata, fanno da intercapedine per un’evaporazione di questo incubo sognante verso la forma della tradizione. Cover Me è uno strano e splendido ibrido tra il racconto esalato dall’economia degli strumenti narrativi che fanno pensare a molte cose di Jose Gozales e una spaccatura elettrica che trascina il risultato dalle parti di un gospel bianco ed elettrico, grido finale prima di un sussurro consumato lentamente nelle ultime due tracce; No bells left to chime elettronica lasciata marcire nel corpo folk come una maceria insieme ad uno strano rovescio vocoderizzato della voce di Lambert e The First & Last Waltz semplice e sontuosa ballad, danza che anche nel titolo racconta meglio di qualsiasi recensione l’arte palindroma di un alchimista di classe.

Redazione IE
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