giovedì, Dicembre 2, 2021

Pineda – s/t (DeAmbula Records, 2011)

E’ di casa bolognese la formazione strumentale che ha dato vita ai Pineda: Marco Marzo Maracas, Floriano Bocchino e Umberto Giardini rispettivamente alla chitarra, piano Rhodes e batteria. Registrato sapientemente da Antonio “Cooper” Cupertino presso le Officine Meccaniche di Mauro Pagani, i Pineda esordisco con un omonimo EP di sei tracce in rigorosa versione vinile. Le correnti musicali che solcano il lavoro sfociano in suoni di chiarissima discendenza prog e psichedelica che recuperano con fare nostalgico la scena sonora dei primi anni ’70. Non pronunciano parola i Pineda ma solleticano la memoria con continui richiami a gruppi quali The Doors, Pink Floyd, King Crimson. Prima traccia dell’album è Touch Me, prefazione ad hoc che dichiara apertamente l’influenza della psichedelia anni sessanta con una giusta quantità di riconoscenza a mamma Doors; un riff di chitarra che si avvita su se stesso interrotto dal suono del Rhodes e rilanciato nuovamente dal colpo di batteria. Give Me A Dress è un pezzo isterico dalla forte dinamica esecutiva, ed è sempre il Rhodes che dispone un ambiente armonico morbido frantumato dai toni acidi della chitarra. If God Exsist si trascina per nove minuti riportando alla mente i Pink Floyd di The Great Gig In The Sky; leggeri colpi sul piatto della batteria che mantengono costante l’incedere e un dialogo sonnolento fra chitarra e piano. Twelve Universe chiude il tutto con una sterzata improvvisa in direzione quasi funk. Meritevole la decisione di attingere ad un contesto musicale poco conosciuto e sicuramente di non facile ricezione nel panorama odierno della musica indipendente prodotta in Italia. L’EP coniuga i suoni sintetici e lisergici del prog con un impianto impro di derivazione jazzistica, lavorando su strutture armoniche che si dissolvono in un progredire senza più argini. Più che per lusingare il pubblico questa prima uscita dei Pineda sembra pensata per rendere difficoltoso il percorso di assimilazione agli ascoltatori più distratti;  una sfida forse sprezzante ma di ottima foggia.

Giulia Bertuzzi
Giulia vede la luce (al neon) tra le corsie dell'ospedale di Brescia. Studia in città nebbiose, cambia case, letti e comuni. Si laurea, diventa giornalista pubblicista. Da sempre macina chilometri per i concerti e guadagna spesso la prima fila.

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