venerdì, Dicembre 4, 2020

Thony, scrivere e cantare in inglese mi è venuto naturale

Birds non è semplicemente la colonna sonora di Tutti i santi giorni, l’ultima opera di Paolo Virzì uscita qualche mese fa, ma anche la dimostrazione che Thony, la cantante protagonista del film, è un’ottima cantautrice, in grado di stregare chi la ascolta con la sua splendida voce e con le sue canzoni, in bilico tra indie e folk, che rifulgono di una bellezza semplice che nulla ha da invidiare a ben più blasonate colleghe estere. I 14 brani dell’album sono infatti un compendio di come si possano scrivere belle canzoni utilizzando canoni noti ma che maneggiati con cura e perizia hanno ancora molto da dare. Abbiamo incontrato Thony prima del suo concerto a Milano al Teatro Martinitt lo scorso 30 gennaio. Ecco cosa ci ha detto sulla sua prova come attrice e sul suo primo e grande amore, la musica.

Thony, cantante ed attrice. Oltre alla musica ora, grazie a Virzì, c’è anche la recitazione nella tua vita. Come sei arrivata a recitare nel suo film?

È stato abbastanza casuale. Paolo cercava una cantante per interpretare il ruolo della protagonista del film e ascoltandomi in rete, non so se su suggerimento di qualcuno, è arrivato a me. Poi naturalmente ho fatto una serie di prove, provini, test ecc prima di avere la conferma di essere parte del cast. Tutti hanno creduto molto in me, fin dall’inizio, e mi hanno molto aiutato in questa nuova avventura.

Avevi mai pensato a una carriera cinematografica prima? E pensi di continuare?
No, non ci avevo mai pensato, facevo fatica a pensare seriamente anche a un futuro certo come musicista. Ora lascio questa porta aperta, ho anche un agente che mi seguirà da quel punto di vista. Quindi per il futuro vedrò cosa accade: so di non essere abituata alla classica trafila che fa chi recita per essere scritturato, cioè tutta la serie di provini e di sbattimenti, che sicuramente portano via tempo ed energie. Però voglio provare, anche perché questa prima avventura mi è piaciuta davvero molto.

Ti ha aiutato il fatto di dover interpretare una musicista?
Assolutamente sì. Sono stata scelta proprio perché lo sono, quindi conoscevo almeno in parte quello che prova la protagonista del film. Inoltre anche per altri tratti del carattere del personaggio mi sono ispirata a come sono realmente, per esempio il mio lato spontaneo e un po’ grezzo. Un’altra cosa che mi ha aiutato è stata il dover recitare in scene che avrebbero avuto come sottofondo delle mie canzoni, quindi mi veniva più facile adattarmi alla situazioni, pensando a quale sarebbe stata la colonna sonora di quel momento.

Parliamo di Birds, il disco uscito in contemporanea con il film. In esso ci sono canzoni scritte in precedenza ed altre invece composte per il film; hai cambiato il tuo approccio alla scrittura nel secondo caso?
Sì, per il film servivano canzoni più scarne, dei bozzetti, sia per esigenze del film che puramente tecniche, dato che ho avuto poco tempo per registrare ed editare il tutto. Quindi ho dovuto pensare a pezzi che stessero in piedi con poco, con arrangiamenti minimali, spesso solo chitarra e voce. Mi è piaciuto farlo, anche perché ho potuto giocare con la forma canzone, non limitandomi al solito strofa-ritornello-strofa-ritornello-bridge-ritornello. È stata una bella sfida dunque.

Uno dei brani che preferisco è il primo del disco, Time Speaks. Puoi raccontarci qualcosa sulla genesi della canzone?
Come dicevo, per i nuovi pezzi ho cercato di cambiare il mio approccio alla scrittura. Per questa canzone è stato così anche per i temi trattati: in precedenza scrivevo testi ripiegati su me stessa, abbastanza tristi, anche se forse grazie alla musica non emergeva del tutto questa cosa. In questo caso invece ho cercato di creare delle immagini tramite le parole fin dal titolo stesso del disco, Birds, qualcosa di colorato e che rimandasse ad altro, come ad esempio la luce particolare che cerco di descrivere in Time Speaks.

Il primo disco, With the green in my mouth, in cui erano già presenti quattro brani che ritroviamo ora in Birds, è stato diffuso in free download. Come mai quella scelta?
Uno dei giornalisti della webzine su cui il disco è stato messo in download era interessato al mio lavoro da anni, fin dal primo demo che ho fatto girare nel 2008. Siamo poi rimasti in contatto, mi scriveva spesso per chiedermi come procedeva la mia carriera, se avevo nuove canzoni o un disco in arrivo. Quando l’album era pronto l’ha apprezzato molto e mi ha chiesto di metterlo in download dal loro sito. Io sulle ali dell’entusiasmo ho accettato, anche perché non avevo le idee molto chiare sul mio futuro discografico e non credevo fosse facile che un’etichetta potesse interessarsi al mio lavoro. Quando poi il disco ha iniziato a suscitare interesse però è diventato difficile trovare chi lo stampasse, proprio a causa del free download precedente. Diciamo che è stata un po’ una lezione.

Per quel disco hai collaborato con diversi artisti, soprattutto della scena milanese, da Francesco Arcuri a Giuliano Dottori. Da dove arrivano questi legami con Milano, dato che sei cresciuta a Roma?
Sembrerà strano quello che sto per dire, ma io, come romana, a Milano mi sono sempre trovata benissimo! Non so perché, forse è il clima particolare che crea la nebbia… in realtà ho sempre fatto concerti eccezionali qui, il pubblico mi ha sempre apprezzato e ho avuto modo di conoscere molti musicisti che si sbattono e cercano di costruire qualcosa. Il primo che ho conosciuto è stato Francesco Arcuri, tramite lui sono arrivata anche a Giuliano e a Leziero Rescigno degli Amor Fou, con i quali è stato bellissimo trovarsi in studio per lavorare sulle canzoni. In questo Milano, dal mio punto di vista, è diversa da Roma, qui c’è un maggior senso di comunità tra chi suona, è facile lavorare insieme, confrontarsi, creare qualcosa. A Roma questo manca secondo me, si è più isolati.

Della parte tecnica dell’album si sono occupati Francesco Camagni e Taketo Gohara. Come è stato lavorare con loro?
Taketo mi è stato presentato da Francesco Arcuri, dato che entrambi lavorano con Vinicio Capossela. Oltre alle sue capacità tecniche, che non scopro certo io e che per il mix in 5.1 per il cinema sono eccezionali, basta vedere con chi ha lavorato nella sua carriera, la cosa che più mi ha colpito è il suo approccio al lavoro. Forse perché è giapponese e porta con sé la saggezza orientale, forse per qualche altro motivo, ma riesce a mantenere una calma incredibile in ogni momento e, cosa molto importante, a trasmetterla. Infatti quando mi sono presentata da lui ero tesissima e nervosa perché il tempo che avevamo a disposizione per fare tutto era davvero poco, oltre che per mia predisposizione naturale. La prima cosa che ha fatto è stata dirmi: “calma, possiamo fare tutto”, ed è stato effettivamente così. Anche Camagni è stato un grande, con lui ho fatto il mix “normale” e anche in quel caso lavorare è stato un piacere.

Nelle varie recensioni apparse sulla stampa cartacea e web sei stata avvicinata a molti nomi di cantautrici storiche e contemporanee. Qual è l’accostamento che ti ha fatto più piacere?
Ce ne sono molti, devo dire che buona parte delle recensioni ha colto nel segno e ha capito quali sono le mie fonti di ispirazioni. In particolare mi ha molto onorato l’accostamento con Feist, che è un’artista per me eccezionale, per come scrive, come canta, come costruisce le canzoni. Un nome invece a cui non credo di assomigliare molto è Cat Power, che stimo, ma che non è mai stata un mio ascolto assiduo né un punto di riferimento particolare.

In Italia oggi è abbastanza raro trovare cantanti come te, che si rifacciano a modelli stranieri e che cantino in inglese, mi viene in mente Comaneci e poco altro. Perché, secondo te? E cosa ti ha spinto invece a cantare in inglese?
In Italia secondo me c’è ancora un forte pregiudizio verso chi canta in inglese, sembra quasi che chi non canta in italiano lo faccia come gesto di disprezzo verso la nostra lingua, che è sicuramente bellissima, ma che non si adatta così bene a una serie di generi musicali. Questa è una cosa tipicamente italiana, in molte altre nazioni non è così, basti pensare alla Svezia per esempio, dove è assolutamente normale cantare in inglese. Per quanto mi riguarda scrivere e cantare in inglese mi è venuto naturale, quello che ascoltavo e che più mi piaceva era cantato in inglese, dunque quando ho iniziato ho cercato di seguire quei modelli, non mi è mai passata per la mente l’idea di scrivere in italiano. Venivo da musica cantata in inglese, era lì che dovevo finire.

Che emozioni ti dà suonare in un teatro, cosa che accade abbastanza raramente ai musicisti indipendenti?
Già la prima data del tour qui a Milano è stata in un teatro, al Dal Verme, ed è una cosa abbastanza strana. Devo dire che come ascoltatrice preferisco i concerti nei classici club, nei quali si sta in piedi davanti al palco a stretto contatto con chi suona. Ultimamente però come artista sto un po’ cambiando idea: a volte infatti è bello esibirsi davanti a una platea seduta, credo che per chi fa musica come la mia, abbastanza calma, sia un ottimo modo di farsi ascoltare e di far passare il messaggio e le emozioni.

Progetti per il tuo futuro musicale? Stai lavorando a nuove canzoni?
Sì, ho già molte idee. Tra l’uscita del primo disco e la stesura delle canzoni di Birds è passato un bel po’ di tempo. Durante quel periodo sono stata in sala prove e ho lavorato su dei pezzi molto diversi rispetto a quelli che si trovano nei dischi. Si tratta di pezzi più aggressivi, in cui suono anche la batteria ad esempio, in cui ho cercato di tirare fuori anche una parte di me che finora non si è vista nella musica che ho registrato. Sento di averne bisogno, di voler fare qualcosa che mi aiuti a sfogarmi.

Thony su Myspace

Le foto di Francesca Pontiggia

 

Fabio Pozzi
Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.

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