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Il processo di ascolto di un disco possiede ancora tutta la sua pregnanza: ascolti attenti e approfonditi, non sveltine sbadate mentre si scopa o si lava la macchina davanti al cortile di casa. Questa è la versione di Denis Prinzio del Record Store Day, o meglio, la sua versione di una relazione fisica dura a morire, quella con il "Vinile" 

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Scrivo questo pezzo in “onore” del Record Store Day, la giornata mondiale dei negozi di dischi indipendenti (piccola parentesi: molti negozi aborrono il RSD, ritenendolo una speculazione commerciale ormai quasi completamente in mano alle major; ma questa è un’altra storia).

Più specificamente, mi è stato chiesto di raccontare del mio rapporto col vinile, feticcio così amato dagli Anta e così ignorato dalle nuove generazioni, le quali proprio non capiscono cosa caspita ci si possa trovare in quella specie di frisbee di petrolio. I giovani dicono: “voi amate il vinile perché date più importanza all’esperienza dell’ascolto piuttosto che al contenitore musicale in sé e per sé; siete degli audiofili, vi interessa più la purezza del suono che la qualità delle canzoni”.

 Taac, grosso e grasso errore. Non è affatto così: molti appassionati dell’altà fedeltà vi diranno che un Super Audio Cd ha una qualità di suono probabilmente migliore di un normale vinile da 130 grammi. Inoltre, per apprezzare veramente l’esperienza d’ascolto vinilica bisogna disporre di un impianto di riproduzione audio quasi professionale: per intenderci, un giradischi dai 600 € in su, un amplificatore animalesco, delle casse da almeno 1000 €. E chi se lo può permettere? Per 39 anni ho posseduto giradischi economici e mezzi scassati, con bracci che erano pezzi di plastica e puntine che saltavano ad ogni battito d’ali di farfalla. Recentemente ho ricevuto per regalo il mio primo  “buon” giradischi, un Pro-Ject da qualche centinaia di euro. Eh sì, la differenza si sente, eh sì, sono contento come un bambino. Ma, ripeto, il punto non è la qualità dell’ascolto.

Il punto è: prendersi il giusto tempo per fare la cosa che più si ama, che per quanto mi riguarda (e credo che riguardi molti di quelli che leggeranno questo intervento) è ascoltare la musica. E qui parto con l’esperienza personale: ho iniziato ad ascoltare musica nel 1987 all’età di 12 anni, acquistando delle musicassette metal e hard rock di cui ancora serbo un dolce ricordo (ma forse è meglio non specificare i titoli, eh eh eh). Poi sono arrivati i vinili; uno a settimana con la paghetta di mammà, il sabato pomeriggio atteso come il contadino attende la pioggia, spesso un vinile con la copertina forata perché erano quelli in “special offer”. Verso i primi anni 90 l’avvento del cd (e del Grunge) fu lo Tsunami che sconvolse tutto, ma forse neanche più di tanto: per quanto mi riguarda il passaggio fu abbastanza naturale ed indolore, e poi il cd, a parità di impianto (comunque di merda, non dimentichiamolo) aveva una qualità migliore del vinile. Con l’arrivo di Internet anche la mia generazione è stata travolta dall’effetto Napster, ovvero del download selvaggio e compulsivo; lì si è avuto il vero sconvolgimento. Improvvisamente, niente più sbattimenti per accaparrarsi il 7” andato esaurito di quel gruppo punk del Wisconsin di cui quel tuo amico saccente e sempre sul pezzo prima di te aveva descritto con toni entusiastici; improvvisamente tutto era alla portata di tutti. Tutto e subito, in quantità inaudita. In una giornata potevi tirarti giù l’intera discografia dei Black Sabbath, procurandoti un’erezione che durava fino al giorno dopo. Hard Disk esterni che in breve tempo se la giocavano con la collezione di 45 giri di John Peel (oh, John Peel, mica pizza e fichi).

Frammentazione della Pop Culture, qualcuno definì il processo in questi termini. Nulla di male, nulla di sbagliato. Si chiama progresso. Tutto sommato, si disse, una così illimitata accessibilità alle più diverse forme artistiche darà sicuramente dei benefici a lungo termine agli artisti stessi.

Come dicevo, anche io ero in piena febbre da download selvaggio. Chi cazzo se ne frega se non ho abbastanza soldi per comprarmi tutti i dischi che voglio, basta una connessione internet veloce ed un Pc e ve la faccio vedere io. Fanculo i Metallica e il copyright.

Ma prima o poi l’abbuffata finisce. E dopo c’è solo tristezza e, paradossalmente, un senso di vuoto che tutto ottunde. Dopo aver riempito diversi hard disk esterni, la domanda fu: ed ora quando me l’ascolto tutta questa musica? Perché comunque il processo di ascolto di un disco per me possedeva ancora tutta la sua pregnanza: ascolti attenti, approfonditi, centellinati nel tempo e nello spazio. Non sveltine sbadate mentre si scrive una tesina, si scopa o si lava la macchina davanti al cortile di casa.

Quando li ascolterò?

Così, ecco la decisione di fare un passo indietro, tornando al supporto fisico (preferibilmente vinile, ma non solo). Solamente in questo modo avrei potuto salvaguardare la mia passione: misi un tetto salariale ai miei acquisti mensili e ricominciai a comprare dischi e cd.

 Ripresi il mio tempo; tempo per leggere le riviste musicali e le recensioni online, tempo per spulciare i cataloghi dei mailorder o i vinili nei negozi, tempo per decidere un acquisto, tempo per mettere su un disco, cambiare lato, pulirlo col panno antistatico se lo compravo usato ed era troppo impolverato. Tempo, insomma, per dare dignità all’esperienza di ascolto ed a un prodotto che, non dimentichiamolo, spesso costa fatica e soldi ad un certo tot di persone che si impegnano per crearlo. E voi giovincelli fanatici delle nuove tecnologie, non venitemi a dire che un morso di brani ascoltati in streaming sul pc mentre si commentano post su Facebook sia la stessa cosa. E le note di copertina? E i testi (quando ci sono)? Non venitemi a dire che ve li scaricate dal sito della band, non ci credo. E le COPERTINE? Non vi scaricate neanche quelle, lo so.

Insomma, qui la questione centrale riguarda il tempo: il mio, il vostro e quello dei nostri musicisti preferiti. Io preferisco impiegarlo ascoltando la musica un lato alla volta ed entusiasmandomi per il vinile giallo degli Skiantos uscito su Spittle qualche anno fa.

Il Rock con la erre maiuscola è morto nei 90, come ben sintetizza Maurizio Blatto in un suo recente articolo: non esistono più fenomeni musicali trasversali duraturi e in qualche modo “massificati”, tutto è parcellizzato, tutto è di nicchia, tutto dura il tempo di una sigaretta. Beh, siamo proprio sicuri che questo non sia in qualche modo imputabile anche alla diffusione della musica “liquida” e alle diverse esperienze di ascolto che essa ha generato? Possiamo affermare con certezza che tutto questo non dipenda minimamente dall’investimento personale di ciascun fruitore in termini di tempo ed attenzione nell’ascolto? Meditiamo, gente, meditiamo.

 

Denis Prinzio

Denis Prinzio

Denis Prinzio è bassista di numerose band underground ora in congedo temporaneo, scribacchino di cose musicali per sincera passione, la sua missione è scoprire artisti che lo facciano star bene.