domenica, Luglio 3, 2022

Il figlio di Saul di László Nemes: tra fede e orrore

La mostruosa rappresentazione del "lavoro" è al centro del film di Nemes, aberrazione della modernità, i cui ingranaggi sono quelli della fabbrica. Ma nella chiusura voluta del formato 4:3, il giovane regista ungherese riesce a far insorgere il contrasto tra dispositivo e punto di vista.

L’unica cosa che non è possibile “sentire” nel film di László Nemes è l’odore dello Zyklon-B, l’agente tossico dispensato dalle docce di alcuni campi di sterminio. La chiusura del formato, un 4:3 davvero asfittico, sembra indicare uno scopo diverso da quello simile usato da Xavier Dolan per Mommy; tanto la quadratura perfetta dell’1:1 doveva servire al cineasta canadese per avvicinarsi ai corpi, limitando la visione periferica in un esercizio di stile marcato proprio dal preciso scioglimento del formato, tanto il giovane regista ungherese lascia spazio ai margini dell’inquadratura per schiacciarli, quei corpi, in un inesorabile fuori fuoco, restituendoci un’idea ben diversa da quella delle utopie immersive e assimilando quindi parte della visione ad un viaggio nell’oscurità.

Saul Ausländer (Géza Röhrig) è un sonderkommando, parola che indicava traghettatori coatti della morte, vittime costrette al compito più osceno, quello di transitare i cadaveri dalle docce ai forni crematori e di pulire le tracce del passaggio. Il punto di vista di Saul è quello scelto da Nemes insieme al direttore della fotografia Mátyás Erdély e a dispetto di quello che ci è capitato di leggere, non si sbarazza della sua ambiguità imponendo la chiusura di cui si parlava.

Il riconoscimento del figlio tra i cadaveri e il tentativo di offrirgli degna sepoltura è l’opposizione irrazionale della fede alla razionalità chirurgica di una morte programmata, il dubbio che questa insorgenza non coincida con la realtà biologica è fortissimo, tanto che sulla paternità di Saul, Nemes ci offre segnali contrastanti, incluso l’incontro con la moglie fatto di parole non dette e questo fuori campo di un figlio forse avuto in altre circostanze, forse semplicemente desiderato. L’ambiguità del punto di vista rimane quindi al centro, nonostante Nemes ci conduca all’inferno attraverso un cinema della crudeltà che ci è sembrato (positivamente) distante anni luce dalle scatoline Hanekiane.

C’è un altro aspetto, scarsamente considerato dalla critica, ed è la mostruosa rappresentazione del “lavoro” che Nemes allestisce, avvicinandosi coraggiosamente al lato più oscuro di un ruolo rimosso dalla storia, un ruolo che coincide con la perdita di qualsiasi appiglio identitario. Siamo sicuri che Nemes abbia affrontato il testo di Salmen Gradowski con molta attenzione, per il modo in cui sceglie la resistenza di Saul come paradigma di un processo a cui tutti i sonderkommando erano sottoposti, la stessa resistenza che Gradowski attiva con la scrittura e il dispositivo testimoniale. La relazione che Saul stabilisce con i compagni, nella sistematica produzione di morte di cui è un tassello, disvela un ingranaggio spaventoso che ha i ritmi disumanizzanti della fabbrica, un sistema, come ci racconta Bauman che “consentì di neutralizzare le fobie antimoderniste attraverso canali e forme che soltanto la modernità poteva sviluppare“.

La dissoluzione identitaria causata dal dispositivo industriale viene allineata da Nemes ad un occhio cinema che non osserva, non scopre, non disvela, non denota, non documenta se non il rovescio stesso di quell’occhio. Ma allo stesso tempo, quell’interstizio tra incubo e realtà individuato nel limite indicibile del cinema, emerge dallo stato allucinatorio di cui Saul si fa portatore per interrompere le procedure simmetriche dell’ingranaggio. Nel dubbio che quel figlio sia mai stato suo, c’è la forza creativa dello sguardo e dell’assunzione di un punto di vista, come possibilità di riappropriazione all’interno di uno scenario che non consente prospettiva, profondità di campo, visione.

E il senso di quel sorriso pieno di speranza che Nemes ci presenta nel rovesciamento dell’immagine infantile, con quel bimbo che osserva i fuggitivi sulla soglia di una capanna, sembra lo scambio degli stessi segni, tra orrore e allucinazione, industria e fede, visione e cecità.

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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