lunedì, Dicembre 5, 2022

Confortorio di Paolo Benvenuti: recensione

E’ la relazione di un Confortorio, pubblicata in Anonimo Religioso, La giustizia degli Ebrei, ed.Carocci 1987, questa che Benvenuti mette in scena, corredata dalle ricerche di Simona Foà sugli ebrei della Roma settecentesca e papalina.

Roma, l’orologio di Castel Sant’Angelo batte l’ora, il campanaro ha girato la manovella del rudimentale meccanismo, ingranaggi e viti si sono addentati con pianto e stridor di denti, lo scorcio fugace sulla luce del giorno si è ristretto nel cerchio luminoso di un lucernaio, poi l’occhio del mondo è sceso fra le ombre del lungo corridoio della Certosa di Calci ed ora entra nelle stanze buie disposte ai lati, porte pesanti di legno tarlato si aprono e si chiudono inghiottendo prelati, flagellanti, condannati a morte, suore colme di cristiana pietà, ebrei convertiti, tutto, fuorchè la retta ragione umana, lasciata accuratamente fuori, alla luce di un livido mattino del venerdì 23 novembre, anno Domini 1736. 

E’ la relazione di un Confortorio, pubblicata in Anonimo Religioso, La giustizia degli Ebrei, ed.Carocci 1987, questa che Benvenuti mette in scena, corredata dalle ricerche di Simona Foà sugli ebrei della Roma settecentesca e papalina.  Sotto il Pontificato di Clemente XII due ebrei, Abramo Cajvani di anni 24 e Angeluccio della Riccia di anni 36, colpevoli di furto con scasso in Ghetto e dal rabbino denunciati all’autorità preposta, sono condannati a morte per impiccagione. Sono rei confessi, la tortura ha dato una solida spinta alla loro coscienza nella confessione e il giudizio emesso rispecchia l’ordine divino dell’Universo, le loro anime raggiungeranno fra poco la vera felicità, che non è di questo mondo, e dunque bisogna operare perché ciò accada nel modo migliore. L’esecuzione avverrà l’indomani, giorno di shabbat , “…condotti sulle carrette alla piazza di Ponte Sant’Angelo e quivi appiccati all’alte forche sicchè muoriate e dovete morire e che le vostre anime si stacchino da li vostri corpi sia per contegno che per esempio ad altri”.

Nelle 24 ore che mancano bisogna sanare con ogni mezzo la loro macchia imperdonabile, essere ebrei. Che restino digiuni, se vorranno comunicarsi dovranno esser pronti, e che restino legati ai ceppi che danno alle loro membra quel movimento sgangherato, quando riconosceranno il martirio della croce questi saranno tolti e indosseranno candidi sai di tela grezza con cui si avvieranno al patibolo.I Padri Confortatori dell’Arciconfraternita di San Giovanni Decollato li assisteranno spiritualmente fino alla fine. 

E’ storia vera questa che Paolo Benvenuti ricostruisce con l’accuratezza filologica che gli è propria. Un film capolavoro ed è il secondo, dopo Il bacio di Giuda che ricorda la lezione degli Straub, di un allora (1992) giovane regista indipendente, uno studioso ed un amante dell’arte, le sue riprese sembrano quadri animati, qui Caravaggio domina la scena, spazi bui come i luoghi malfamati che il pittore frequentava, rischiarati da una luce che sembra provenire da una candela o da un lume a olio appoggiato in un angolo. Fuori da quelle mura coperte di arazzi e marmi immaginiamo una Roma brulicante, ormai priva dell’antico splendore, con ampie zone di decadenza e degrado, pericolosa e marrana, assassini, mendicanti e prostitute ad ogni angolo. Ma qui il silenzio del chiostro è interrotto solo dal sordo lamento dei due malandrini che tornano dalla tortura, o dalle voci basse, suadenti, dei Padri Confortatori e di altre Reverende Eminenze che i due “perfidi Giudei” guardano con occhi sbarrati, testardi, insistendo: “sono nato ebreo e morirò ebreo”.

Nell’aria si diffondono laudi gregoriane pro perfidis Joudeis dei coristi della Corale “Santa Cecilia” di Montemagno nella parte dei monaci, un mandolino accompagna l’apertura del film e la barcarola Vieni sul mar di  Anonimo del ‘700 chiude malinconica sui titoli di coda. La cifra stilistica di Confortorio è rigorosa nella ricostruzione ambientale, nell’essenzialità della messa in scena, nella distanza da stereotipi e luoghi comuni.La trama è intessuta di pochi elementi, ha una misura drammaturgica rigorosa nello scandire i tempi della storia, lo sviluppo psicologico e la tragedia interiore dei personaggi, la sensibilità figurativa plastica e cromatica del regista dà ai colori e al buio una densità inusuale, si direbbe artigianale. La ripresa si fa parola, il Cristo sulla croce guarda muto dall’alto il condannato che urla, sdraiato a terra sulla sua croce,  straziato dalle fiamme che vogliono fargli assaporare quell’inferno dove ha scelto di andare non convertendosi, il viso triangolare di Angeluccio, il Giudeo con gli occhi sbarrati, così innaturalmente fuori dalle orbite, brutto e atterrito, è il rovescio del dolce triangolo pietoso del Redentore, con la corona di spine che gronda sangue finto. 

Un rabbino può tutto, si sente superiore anche a Dio” ha detto ad Abramo il reverendo Costanzi, l’ebreo convertito fatto venire per convincere i due popolani ignoranti, irriducibilmente chiusi nella loro fede.

“La condanna è partita da loro, non hai più niente da spartire con quella gente, domani può essere la fine della vera vergogna, Abramo, quella di essere ebreo

”Se è giusto che io muoia, e io non credo di meritarlo, è giusto che io muoia punito dal mio Dio, non dal vostro”
“Ma il nostro Dio è il tuo Dio, sono lo stesso Dio”

“No, non possono essere lo stesso Dio, il mio Dio non s’impone, il mio Dio è”.

Il viso di Abramo ora è disteso, Costanzi esce dalla sua stanza e va verso quella di Angeluccio.
Se hai studiato allora dimmi – gli chiede Angeluccio- che differenza c’è nella fine fra un cristiano e un ebreo?”
Che un cristiano sa di avere un premio o una condanna dopo la morte, l’ebreo no, non ha nulla”
“Ma se non c’è nulla, perché ci sono stati  buoni ebrei allora?”
“Loro sapevano di avere solo quella vita e l’hanno vissuta bene, e per questo è diventata di esempio”

“Vedi allora che non è vero che non c’è nulla, il premio per un ebreo è la sua vita stessa”

“O la sua condanna…”
mormora Costanzi, l’ebreo convertito, abbassando la testa.

Si è fatto giorno, torna la luce, gli incappucciati conducono Angeluccio e Abramo a Ponte S.Angelo, il boia, sbrigativo, tira con forza i loro piedi perché il cappio stringa meglio.

E così – dice cantilenando la voce del frate che ha letto brani dell’istruttoria dal vecchio codice manoscritto – quantunque tutti i fratelli e i padri e l’altra gente abbiano lodevolmente faticato a onore e gloria di Dio e del nostro protettore san Giovanni Battista decollato, nondimeno ebbe infelice esito l’esecuzione di questa giustizia”.

Sullo sfondo si staglia, solenne, il cupolone, i due manichini penzolano dal patibolo e incorniciano il profilo di Castel S.Angelo, l’antica Mole Adriana dove il moderno turista, se cerca bene, ancora può trovare incise le antiche parole di un grande imperatore che amava gli dei della Grecia…

Animula vagula blandula
hospes comesque corporis,
quae nunc abibis in loca
pallidula rigida nudula,
nec, ut soles, dabis iocos…  

Paola Di Giuseppe
Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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