giovedì, Settembre 16, 2021

Ida di Pawel Pawlikowski: la recensione

Inizi anni sessanta, Polonia. Sorella Anna (Agata Trzebuchowska) é in realtà Ida Lebenstein, ebrea e orfana, allevata dalle suore fin da pochi mesi di vita, dopo la morte violenta dei suoi.
Era la Polonia dei lager nazisti distribuiti a centinaia sul territorio. Si poteva venir uccisi anche fuori dai lager, se si era ebrei e la propria casa faceva gola al vicino polacco.
Anna è vissuta in un bozzolo protetto, del mondo conosce solo lo spazio chiuso del chiostro, ora et labora è la sua regola, ma ha ancora lunghi capelli morbidi nascosti sotto il velo grigio.
Fra poco dovrà tagliarli per prendere i voti, ma la regola del convento vuole che la sua scelta sia consapevole e veda il mondo che non conosce.
Unico, labile legame con l’esterno è Wanda (Agata Kulesza), sorella della madre e mai vista in tanti anni. Wanda è una donna tormentata, chiusa in una corazza di durezza costruita per difesa da un passato che si è trasformato in un grumo di angoscia. E’ magistrato, un ruolo ereditato dal tempo della militanza e della lotta partigiana, quando, importante di cellula di partito, non seppe far niente per salvare la sorella.
Ora sta buttando via la sua vita fra alcool e facili amori, ricordi tormentosi e un rendiconto non facile da sopportare dei crimini di regime.
Pawlikowski costruisce per sottrazione, il bianco e nero appartiene al suo stile visivo minimale e racconta il grigiore di una Polonia troppo ferita dalla guerra e troppo vicina ai suoi ricordi per poter essere pensata a colori. Il formato ristretto dà alla scena il senso di uno spazio raccolto, chiuso nel campo visivo della protagonista, mai uscita fuori dalle mura del convento.
C’è un sonoro dall’impatto fortemente straniante, contaminazione stilistica fra le canzonette da balera, urlate in un locale fumoso d’oltre cortina, e la jam session di sax, chitarra e piano di ragazzi incontrati per caso, lungo il viaggio delle due donne alla ricerca della tomba dei genitori di Ida.
Ma c’è anche, importante, la musica che racconta più delle parole, Ich ruf’ zu dir, Herr Jesu Christ , BMW 639, Chiedo a voi, Gesù di Bach, la preghiera silenziosa di Ida nel momento della decisione.
Il resto è silenzio, quello profondo del raccoglimento mistico nel convento e quello del vuoto esistenziale di un appartamento gelido, dove una donna in vestaglia fuma, un uomo si riveste ed esce salutando appena e una novizia arriva per capire com’è quel mondo che vuol lasciare per sempre.
C’è una forte tensione narrativa dietro le immagini, spoglie e quasi prive di dialogo. La comunicazione mancata è quella di una società a cui la Storia ha imposto il silenzio.
Ida e Wanda compiranno insieme il viaggio fino alla tomba nascosta nel bosco, ma la dolcezza dell’abbandono, la consolazione del pianto, la gioia del ridere e il godere della luce sono beni persi per sempre, o mai pensati possibili.

Ida è una figura misteriosa, di ineffabile malinconia nella sua totale astrazione dalla realtà, Wanda è una donna che è vissuta e ha dichiarato fallimento.La fuga resta l’unica possibilità, per entrambe, giù dalla finestra o rifacendo all’indietro il percorso pullmann, treno, strada dritta fino al convento.

Fuggire anche di fronte al risveglio di qualcosa che può essere legame famigliare o, addirittura, amore.

E poi? chiede Ida al giovane sassofonista Lis (Dawid Ogrodnik) che le offre un futuro insieme.
Compreremo un cane e ti sposerò
E poi?
Una casa, dei figli
E poi?
Una spiaggia per correre sul mare
E poi?
E poi ci saranno i problemi, é la risposta finale.

Vincitore del premio FIPRESCI al Toronto International Film Festival e del London Film Festival, presente all’ultimo festival di Torino nella sezione Festa mobile, Ida è un lavoro intenso, rigoroso, di felice equilibrio nell’uso di strategie di significazione. Bresson, Ozu, Kieslowski continuano ad essere i padri nobili di questa generazione di giovani registi attenti alla Storia e coinvolti in un presente claustrofobico, chiuso fra passato immedicabile e assenza di futuro.
La fuga verso un Dio sembra essere approdo sicuro, ma le immagini che ritraggono la vita nel convento hanno la stessa freddezza di quelle del mondo esterno. La piccola Ida con la sua triste divisa grigia non ha mai conosciuto l’amore, in nessuna delle sue accezioni. L’annullamento di ogni pulsione vitale sembra essere ormai la sua condizione definitiva, dopo il breve risveglio che, come nella nebbia, le farà intravedere una possibilità diversa.
Ma la Storia può anche prosciugare del tutto le sue vittime, tenendole in vita in un presente sospeso di gesti meccanici e rituali senza senso. Con un Dio o senza, non fa differenza.

Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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