giovedì, Luglio 29, 2021

Nameless Gangster: Rules of the Time di Jong-Bin Yun – 30° Torino film Festival

Dopo The Unforgiven e Beastie Boys, il regista sud coreano Jong-Bin Yun  torna a esplorare l’universo maschile e i suoi codici in Nameless Gangster (exploit al botteghino patrio e presentato al TFF nella sezione Festa Mobile) che, in 133’ minuti, narra l’ascesa e la caduta dei boss ai vertici della criminalità organizzata di Busan, metropoli portuale travolta da faide e soldi sporchi fra l’inizio degli anni ’80 e i primi ’90, quando il governò locale cercò di smantellarne la struttura. Dove c’erano soldati (The Unforgiven) e raffinati gigolò (Beastie Boys), qui ci sono bravi ragazzi di scorsesiana memoria, famiglia allargata, a proprio agio fra fiumi di cocaina e casinò. La corruzione è il male morale che avviluppa con i suoi tentacoli una città al collasso, dove avidità e brama di potere annullano le differenze fra le parti in lotta, mentre le mazzette scorrono a fiumi in una rappresentazione a tratti feticistica (gli orologi d’oro ossessivamente inquadrati) della violenza urbana. Lo smacco, la crisi della piramide criminale sono il prodotto necessario della corsa a quel primato (potere e rispetto) inseguito da tutti i capibanda che il cinema ricordi. “The World is yours”, era il motto di Tony Montana, ma il mondo si piega e si deforma fra le mani di criminali cui basta un nome e una busta per rimuovere ostacoli, aggirare i cavilli della burocrazia, far saltare leggi e convenzioni. Una città notturna, un regno delle ombre dove i legami e le tradizioni famigliari non solo non oppongono forza al dilagare della violenza, ma la fondano, offrendole una legittimazione.  Le donne (casalinghe, prostitute o crudeli maitresse) restano ai margini, mentre gli uomini si dividono il terreno di caccia in un film che cita i maestri americani, senza ritrovarne il ritmo e concedendosi qualche ripetizione di troppo. Fra flash back, note storiche (immagini di repertorio in bianco e nero in apertura) e una colonna sonora volutamente ironica, Jong-Bin Yun tratteggia la parabola criminale di Choi Ik-hyun, modesto controllore doganale impiegato al porto di Busan, viziato dal denaro con cui i contrabbandieri comprano il suo silenzio. Di fronte a una partita di droga di dubbia provenienza Choi non esita a mettersi nelle mani di Choi Hyung-bae, gangster legato alla yakuza, nonché suo parente alla lontana, che accetterà di mettersi in affari con lui. Lo smacco, il desiderio di rivalsa rispetto a un’immagine di se stessi che non si avverte come adeguata è il motore di una vicenda di lotte fratricide e tradimenti. Choi Ik-hyun, impiegatuccio in bolletta prossimo al licenziamento (per corruzione s’intende), si vanta di appartenere a una nobile famiglia e rivendica quello status che da sempre gli è negato. Il procuratore Jo Beom-seok, tutto occhiali e distintivo, si butta a capofitto nell’indagine che gli assicurerà la promozione. In fondo Choi Ik-hyun rimane un criminale da strapazzo, che gioca a fare il gangster, ma dimentica di caricare la pistola. Flaccido corpo estraneo, che si troverà costretto a scegliere fra salvare la pelle e conservare la stima degli “amici”. Alla fine il temuto repulisti governativo farà le sue vittime ma forse, per l’ennesima volta, bisogna che tutto cambi perché nulla cambi.

 

Sofia Bonicalzi
Sofia Bonicalzi è nata a Milano nel 1987. Laureatasi in filosofia nel 2009 è da sempre grande appassionata di cinema e di letteratura. Dal 2010, in seguito alla partecipazione a workshop e seminari, collabora con alcune testate on line.

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