martedì, Settembre 29, 2020

Venezia 69 – Concorso – Bella addormentata di Marco Bellocchio (Italia, 2012)

Bella addormentata è l’ennesima conferma di qualcosa che già sappiamo da tempo: nel panorama del cinema italiano contemporaneo, Bellocchio rimane il più abile e convincente analista del presente e del passato storico della nazione. Un’acuta lucidità che, senza disdegnare la pratica allegorica, in quest’ultimo film riesce a convertire fatti di cronaca in una costellazione di significati universali. Lo scenario. Eluana Englaro sta per essere spostata dalla casa di cura di Lecco alla residenza sanitaria di Udine per poter dar corso al protocollo terapeutico di interruzione dell’alimentazione, in conformità al decreto disposto dalla Corte d’Appello di Milano.

Le storie. La crisi di coscienza del senatore Uliano Beffardi (Toni Servillo), che vorrebbe votare contro una legge che modifica le pratiche di alimentazione e idratazione dei malati in stato vegetativo, ma è condizionato dai compagni di partito. La militanza nelle fila del “movimento per la vita” da parte di sua figlia Maria (Alba Rohrwacher), la quale si innamorerà di Roberto (Michele Riondino), ragazzo dai valori laici. I disperati ricorsi alla fede di Divina Madre (Isabelle Huppert), una famosa attrice che continua a mantenere in vita la figlia Rosa, da anni inchiodata a letto in stato vegetativo. Il cupio dissolvi di Rossa (Maya Sansa), tossicomane all’ennesimo tentativo di suicidio che troverà nuovamente speranza nella vita grazie all’intervento umano e affettivo del dott. Pallido (Pier Giorgio Bellocchio).
Per tutta la carriera Bellocchio ha esplorato ossessivamente quei rapporti di conflittualità fra l’urgenza di coerenza valoriale dell’individuo e le pressioni dell’ambiente: una incessante indagine dei fondamenti del principio di realtà, della possibilità di accordo fra l’Io e il mondo. Il senatore Beffardi potrebbe far contenti sia il partito che la figlia, scegliendo di votare a favore della legge, ma non lo vuole fare per rispetto a sé stesso e alla moglie, che ha liberato da ulteriori agonie spegnendo la macchina da cui dipendeva la “vita” della donna. Un personaggio che si riconnette a quel percorso di rivalutazione dei “Padri” incominciato con la rilettura del pirandelliano La balia, e che ha trovato la sua massima espressione nell’Aldo Moro di Buongiorno notte, simbolo dell’istanza conservatrice a cui si oppone quella rivoluzionaria dei brigatisti. Ritorna anche la psicopatologia: il fratello di Roberto, estremista laico, visibilmente bipolare, che possiede degli elementi residuali della gestualità incontrollabile e incontrollata, irreale e imprevedibile del Lou Castel de I pugni in tasca; Divina Madre, artefice, con lo zampino di una fede malsana, di un’atmosfera surreale attorno al letto di sua figlia, con pianisti che eseguono sonate e suore che invocano il miracolo trottando col rosario stretto fra le mani; Rossa, più che mai incarnazione di una malattia che duella con la volontà di vita (la psicologia illuminata di Pallido) per tradursi in morte.
E poi ci sono i media, i quali hanno assunto un ruolo fondamentale nell’ultima fase del cinema di Bellocchio (L’ora di religione, Buongiorno notte e Vincere). Onnipresenti: le diverse storie sono legate al caso Englaro secondo specifiche e singolari dinamiche ma anche dall’influsso pervasivo della tv. Fin dall’inizio, le immagini dei notiziari invadono tutte le vicende: chi li guarda con occhio schifato, come Beffardi, chi li guarda ritualmente, come Roberto, e chi ha un sussulto di indignazione, come Divina Madre. Producono dipendenza e guarigione provvisoria: “lo psichiatra” (Roberto Herlitzka) avrà a dire che la tragedia per un politico è apparire in tv meno spesso di quanto vorrebbe; che la televisione è una cura tampone – “Ti fa sentire importante anche se non conti un cazzo” – e qualora non fosse somministrata, la politica cadrebbe in depressione. La scena con le immagini di un proiettore che si sovrappongono ai corpi degli onorevoli è sintomatica di un processo di osmosi ormai irreparabile per cui la politica si autolegittima di continuo attraverso i media.
La ricerca stilistica di Bellocchio è sempre più affascinante. Il rapporto fra materia trattata e messa in scena della stessa è trainato da uno spirito di libertà inventiva che sorprende a ogni istante: dalla teatrale scorreria di un uomo che butta all’aria le lenzuola dei degenti in corsia, alla buňueliana e sarcastica sauna dei politici in fantasmagoriche terme romane poste nei sotterranei del parlamento, passando per le cadenze brechtiane dei discorsi dello psichiatra.

Al di là di alcune soluzioni un po’ troppo facili (Maria si riavvicina affettivamente al padre perché l’amore di Roberto le apre gli occhi e idem per Bianca che dilegua qualsiasi intento suicida per influsso dell’amore oblativo di Pallido), la forza di Bella addormentata scaturisce dalla capacità metaforica con cui Bellocchio cristallizza l’antropologia dell’italiano e dallo sguardo morale con cui osserva le diverse configurazioni di valori e ideali dei suoi personaggi, senza dare nulla per scontato.

Diego Baratto
Diego Baratto
Diego Baratto ha studiato filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Si è laureato con una tesi sulla concezione del divino nella “Trilogia del silenzio di Dio” di Ingmar Bergman. Da sempre interessato agli autori europei e americani, segue inoltre da vario tempo il cinema di Hong Kong e Giappone. Dal 2009 collabora con diverse riviste on-line e cartacee di critica cinematografica. Parallelamente scrive soggetti e sceneggiature.

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