giovedì, Giugno 13, 2024

Emily Jane White – Ode to sentience (Talitres, 2010)

Superate di gran lunga le ostiche riserve che appaiavano Emily Jane White all’enciclopedico stuolo di emuli dei molossi del female folk songwriting e scevro dalla miope apologia che spesso riaffiora pronta, ogni qualvolta una dolce voce femminile armeggi con una chitarra acustica (Fiona Apple, Hope Sandoval, Chan Marshall, Cocorosie, ecc.), sono adesso in grado di apprezzare Ode to Sentience come probabilmente merita. Un disco che non si esaurisce nella sua interezza e che si ricama, quasi ingenuamente, una discreto spazio tra le mie preferenze. Sono infatti palpabili gli strascichi umorali che questo lavoro porta con se, in maniera immanente, anche attraverso l’uso superbo di orchestrazioni che, quando presenti, sono sempre opportune e mai ridondanti, innalzate su una base minimale in cui dolcezza e garbo vincono abbondantemente. Evidente caratura di spessore, con melodie eterne celebrate sulla voce della White (che non stanca mai, molto vicina, per intensità almeno, all’impalcatura onirica di Bjork, si ascolti The Preacher) e sensibile alla stessa spontaneità sbozzata da gustosi fingerpicking scarni ed essenziali, come quelli di Mrs Kenichi ed Heidi Happy (Katherine, The Cliff, Clipper Wings) ma con molta più consapevolezza delle europee, vuoi anche per l’oggettiva vicinanza con i monti Mitchell e Washington. Ne sono un esempio mirabile Black Silk e Broken Words, che crescono rigogliose fino alla loro concettualizzazione, ricompresa tra le sfumature dark di The law e quelle dolci e sognanti di The Black Oak. In mezzo, Requiem Waltz, una valida lettura di cosa accadrebbe qualora si reputasse possibile associare il marcio alle belle cose di Amanda Palmer. Salmodie popolari, nenie folk ed episodi viscerali capaci di imbiancare di soffice neve anche le assolate spiagge californiane (I lay to rest (California). Si, direi di si, assolutamente.

Francesco Cipriano
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Francesco Cipriano classe 1975, suona da molto tempo e scrive di musica.

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