Verdiana Raw – Metaxy

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Metaxy è il primo album sulla lunga distanza pubblicato dai Verdiana Raw per Ark Records, ma mette insieme un lungo percorso di sperimentazione articolato sotto il segno di un forte sincretismo espressivo dove il confine tra performing arts, teatro, visuals e una relazione sempre viva tra voce e corpo materializza il discorso musicale in uno spazio instabile (nell’accezione positiva di una logica congiuntiva) aperto e polimorfo. Se lo scambio tra la voce e il piano di Verdiana traccia i segni di un minimalismo apparentemente essenziale, il confine tra voce e strumento non costruisce mai un’architettura chiusa, questo non solo per le capacità evocative della prima, in equilibrio tra struttura e potenza ritualistica, ma anche per i complessi frammenti di scrittura pianistica che passano in modo impercettibile dall’eredità del primo novecento ad una destrutturazione libera, dolente e immaginifica. Gli inserti elettrici di Antonio Bacchi si piantano su questo corpo mutante come elementi inorganici, tra il residuo industriale e il riferimento ad un mondo sonoro arcaico e ancestrale, a conferma del fatto che non esiste un’unica strada per cogliere gli stimoli creativi radicati nella parte più remota della storia dei popoli; il folk per fortuna non passa solo da casa di Will Oldham e soprattutto, da chi nel nostro paese gli fa il verso. Verdiana Raw imboccano quindi una strada originale e difficile, per certi versi non dissimile dalla libertà etnomusicale dei Gargamella di Nicola Savelli, con cui Verdiana Raw ha condiviso alcune collaborazioni, o dalle possessioni diaboliche dei Faun Fables, giusto per raccontare due possibili riferimenti con una storia autonoma e solitaria. Se ci facessimo trascinare dalla libera associazione di suggestioni (tra le tante: Lisa Gerrard, This Mortal Coil, la Kate Bush di The Dreaming, Yma sumac rievocata dall’oltretomba, la Galas più erotica, i current 93, Debussy, Hildegard von Bingen) si rischierebbe di recintare le potenzialità di un lavoro che decentra dopo ogni nuovo ascolto, in un percorso linguistico che passa dall’inglese al Francesce all’italiano, e che trasforma i corpi sonori in un’esperienza fortemente sinestetica. Ci si augura di poter vedere presto il trio con questo materiale stimolante in una serie di performance “vive”, in attesa di un secondo capitolo.

Stefano Bardetti
Stefano Bardetti
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