giovedì, Ottobre 1, 2020

Gemma Ray – island fire (Bronze Rat, 2012)

Nata a Berlino, cresciuta nell’Essex e attualmente residente tra la germania e l’inghilterra Gemma Ray è al suo quarto full lenght, il terzo di inediti dopo la pubblicazione della raccolta di cover intitolata it’s a shame about Gemma Ray, vera e propria cesura nella sua produzione, per i primi due album condivisa con il talento di Michael J. Sheehy, crooner fuori dal tempo che ha contribuito non poco a spingere il suono della Ray nella direzione di un’immagine della fine degli anni ’50 tra astrazione ed evocazione.

The Leader e Lights out Zoltar! sono lavori di forte compattezza elettrica che rivelano, attraverso un suono saturo vicino a certe produzioni Creation, una scrittura molto solida e il tentativo di pervertire alcune delle intuizioni Spectoriane in una dimensione più oscura, un po’ come se la possente e tragica opera post-moderna delle Shangri-las, già di per se costituita da residui nostalgici, voice over, effetti narrativo-sonori, fosse reinventata da un’angolatura più intimistica e noir.

Un esempio di questa consapevolezza è la cover di Drunken Butterfly dei Sonic Youth inclusa nel penultimo lavoro della Ray, le cui liriche vengono innestate sul tema di Rosemary’s Baby scritto da uno dei compositori preferiti dal primo Polansky, il polacco Krzysztof Komeda; il risultato è quello di una partecipazione sofferta e de-drammatizzata, piena di pathos erotico e allo stesso tempo condotta con quel distacco ironico con cui Neko Case mette mano a Train From Kansas City delle solite Shangri-las. It’s a shame about Gemma ray, messo in piedi a distanza ravvicinata con Lights out Zoltar! insieme al percussionista Matt Verta-Ray, è una straordinaria vertigine temporale che scarnifica gli originali e li colloca in quella dimensione cognitiva tra stupore e orrore che attraversa l’esperienza musicale del David Lynch produttore (si leggano a questo proposito le interviste in esclusiva con Chrysta Bell e Arjana Delawari, pubblicate qui su indie-eye.it).

Island Fire, il recentissimo full lenght di Gemma Ray pubblicato sempre dalla Bronze Rat Records parte da questo radicale esperimento minimale e rilancia l’idea di una pop opera ancora più orchestrale introducendo la produzione di Andrew Zammit e soprattutto quella dell’Australiano Michael Szumowski, parte del team creativo di Albert, la società consortile che ha post prodotto Island Fire, e per il quale lo stesso Szumowski ha contribuito all’arrangiamento di tutta la sezione archi.

Se da un certo punto di vista sembra esserci una virata netta verso un recupero apparentemente filologico delle strategie compositive e degli arrangiamenti del pop pre-beatles, sarebbe riduttivo congelare le dodici, sorprendenti, tracce dell’album in una fotografia dal sapore nostalgico, Gemma Ray è una songwriter abilissima, e con una confezione dall’impatto maggiore porta avanti un’idea personalissima di scrittura.

Island Fire, a partire dalla valenza straniante dell’artwork, una rilettura dell’Atomic Age che mette insieme il divertimento da spiaggia con un’aurora minacciosa sullo sfondo, allusione al vulcano Islandese Grimsvoetn che nel 2010 bloccò quasi tutto il traffico aereo inglese, costringendo Gemma Ray ad un soggiorno forzato in Australia dove ha concepito parte dell’album, cela un’anima oscura e destabilizzante.

Leggendaria o documentaria, non ci interessa l’origine quanto la capacità di Gemma Ray nel creare con le alchimie combinatorie del pop un mondo di rara potenza immaginale e allo stesso tempo, dall’impatto popular. Allora è forse la lezione visionaria di Les Baxter che sostituisce nell’essenza anche tutti i riferimenti più appariscenti al Wall of Sound Spectoriano,  la capacità di osare tra alto e kitsch di Billy Strange e quella che consentiva a Lee Hazlewood di mettere insieme psichedelia, country & western, e la tradizione del pop orchestrale statunitense in un inconfondibile spleen sonoro.

Gemma Ray ha davvero poco a da condividere con alcune posture tardo-vintage di superficie, giusto per citare alcuni nomi, The Pipettes, Zoey Deschanel e la più recente e sopravvalutata Lana Del Ray;  sembra al contrario conoscere molto bene l’essenza più intima e tragica del racconto pop, quella che le potrebbe consentire di interpretare e di recuperare in  “past, present, future” delle Shangri-las quel sentore  latente di tragica desolazione e di straniante auto parodia che si nascondeva sotto una scintillante superficie “girl pop”.

Island Fire su Bronze Rat

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.

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