Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Se le intrusioni mabusiane dei monitor e in generale del video hanno dominato sullo schermo il ventennio conclusivo del secolo scorso, racchiudendo gli spazi del cinema nelle molteplici cornici di un percorso teorico stratificato e paranoico il nuovo millennio cinematografico sembra dominato dalla presa d’atto definitiva e dalla conquista dei nuovi mezzi tecnologici  

Di

Spero sia tutta una finzione”
E se fosse tutto vero?
G. A. Romero, Diary of the Dead

 Se le intrusioni mabusiane dei monitor e in generale del video hanno dominato sullo schermo il ventennio conclusivo del secolo scorso, racchiudendo gli spazi del cinema nelle molteplici cornici di un percorso teorico stratificato e paranoico (gli anni ottanta del Peckinpah di Osterman Weekend, di Videodrome, gli anni Novanta dei Ferrara, degli Egoyan, dei Soderbergh, delle scene inedite di Pulp Fiction), il nuovo millennio cinematografico sembra dominato dalla presa d’atto definitiva e dalla conquista dei nuovi mezzi tecnologici (principalmente il digitale ed internet) da parte dei grandi autori contemporanei. Il primo nome che balza alla mente è ovviamente quello di David Lynch, di quel monumentale INLAND EMPIRE che annienta con un solo sguardo – ed una banale Sony Pd150 – un decennio di sguardi amatoriali più o meno underground e lascia confluire, tra l’altro, nelle sale cinematografiche l’esperienza mutante della sperimentazione via web con una consapevolezza unica. C’è certamente nel nuovo cinema di Lynch o in quello del solito Ferrara la prosecuzione di un’indagine sul valore intrusivo dello sguardo (sempre più globalizzato), ma forse è ancora più forte la sensazione di un appropriarsi entusiastico, di una sperimentazione cannibale e dionisiaca, coraggiosamente iconoclasta delle nuove forme dell’immagine, oltre i limiti della narrazione, l’ondivagare sulle brutture, sulle sporcizie del digitale a cui l’occhio dello spettatore si sta gradualmente abituando (viene in mente anche Kitano che insozza di CG di Kantoku Banzai) e insieme la ricezione costruttiva di intrusioni profilmiche dal web (il casting via myspace dell’ultimo Van Sant). Una “leggerezza” che ricorda a suo modo le intrusioni dell’home movie in 8mm nel cinema americano a cavallo tra i Sessanta e i Settanta in film come Hi mom! e Greetings di De Palma.

Proprio l’ultimo film di De Palma, Redacted e Diary of the Dead di Romero sembrano chiudere i conti una volta per tutte con quel traballante e spesso confuso discorso sull’orrore in soggettiva (immaginario/reale/semplicemente re-immaginato) che da Blair With Project a Cloverfield, passando per Rec e le varie amenità finto-snuff dei torture porn alla August Underground, ha infiammato gli animi di una critica virtuale che nasceva parallelamente alla loro produzione.
De Palma e Romero affrontano la materia con un rigore senza precedenti, moltiplicando i piani di lettura, trascinando il web sullo schermo per sporcarlo di sangue (e gran parte delle e-zine non hanno gradito), superando i giovani colleghi (in un’epoca in cui basta una telecamera qualsiasi per sentirsi registi) quanto a freschezza di idee e consapevolezza del mezzo.
Al di là delle ovvie distanze dell’assunto di base (la ricostruzione redacted di un episodio reale accaduto durante la guerra in Iraq nel film di De Palma, un mockumentary sulla definitiva invasione degli zombi dall’altra) le due “pellicole” presentano sorprendenti analogie. Non ultima la difficoltà di essere proiettate sugli schermi dei cinema italiani. Sarà un caso, sarà la difficoltà di inquadrare nel mercato distributivo due pellicole a loro modo “estreme”, ma rimane il dubbio che la tematica dell’informazione (e della controinformazione), che è centrale nell’una e nell’altra opera, non sia argomento gradito ai potenti di una nazione che, in quanto a libertà d’informazione, è assolutamente deficitaria.
Essere costretti a ricorrere ad altri mezzi per recuperarne la visione (Emule per Romero, la televisione satellitare per De Palma) stimola d’altro canto un corto circuito di suggestioni mediatiche, visto il ruolo cruciale che il web ricopre nel tessuto filmico dei due lavori.

Il folgorante inizio di Diary of the Dead vede un servizio televisivo interrotto dal risveglio delle vittime di un massacro che aggrediscono soccorritori e giornalisti. Il resto del film ha le forme di un documentario, “Death of the Dead”, realizzato da un aspirante regista indipendente, terminato e commentato dalla compagna di questi, sopravvissuta, con voce fuori campo, ralenti ad effetto e musica enfatica da special televisivo.
Redacted a sua volta ci immerge nella “realtà” degli avamposti militari in Iraq. Siamo coinvolti da subito in un reality crudele in soggettiva tra soldati che si filmano. “Se muoio in questa guerra prendi tutto il mio video” commenta uno dei soldati, mentre tutti si chiedono ridendo “chi sarà la prima vittima”. E’ solo l’introduzione ad un nuovo “documentario” dal titolo “Barrage” (Posto di blocco), prima sezione di un collage impazzito di soggettive con o senza firma.
Sia Romero che De Palma imbasticono un gioco crudele sulla sete di immagini (e sulla loro condivisione via web) a partire da due aspiranti registi. Da questi mutuano, con una comune, geniale intuizione l’armamentario di soluzioni dilettantesche, le goffaggini nelle riprese e nel montaggio. Lo studente di cinema di Romero, Jason, che avrebbe voluto girare documentari ed è alle prese con un horror per il saggio finale si trova a girare un documentario sugli orrori che improvvisamente esplodono insieme ad una sgangherata troupe precedentemente assoldata. Il soldato di De Palma, Salazar, è finito in Iraq per pagarsi, al ritorno, la scuola di Cinema negli States. Con enfasi giovanilistica lo vediamo rivendicare l’indipendenza del proprio “fare cinema” in Iraq: “Niente trama logica, niente tagli veloci, niente soundtrack adrenalinica, in pratica siamo nella merda”.

Se Romero innesta nel tessuto narrativo, quasi a voler mescolare e confondere ulteriormente le carte, un ulteriore livello di lettura, la variazione tutt’altro che banale sui meccanismi dell’orrore alla Scream (vedi la sequenza reiterata della fuga nel bosco), dimostrando ancora una volta che l’originalità dell’horror sta anche e soprattutto nella novità del punto di vista, De Palma parte da una situazione analoga all’hollywoodiano Vittime di guerra, imitando una realtà che già crudelmente imitava il cinema (lo stupro della ragazzina che è al centro della vicenda): da un lato lascia vedere e intuire ciò che resta fuori campo rispetto all’informazione ufficiale, dall’altro riproduce immagini già viste sul web (l’esecuzione del soldato, i vari insert da Youtube), simulandone la pornografica oscenità.
Se Diary of the Dead usa immagini reali, di repertorio (accompagnati dalle voce dei predicatori si alternano gli insert video di notiziari, special tv, messaggi di avvertimento delle autorità…), per ricreare la confusione, lo stato d’assedio globale, le uniche immagini reali di De Palma sono le foto che scorrono sui titoli finali, insostenibili nonostante siano pure quelle redacted per volontà della produzione. Foto di cui si è persa la paternità dello sguardo, in quella che, nel secondo tempo di entrambe le pellicole, si fa vertiginosa sarabanda – nel moltiplicarsi delle modalità e dei mezzi della visione – fino a restituire una sensazione di smarrimento che rigetta verso il cielo i punti di vista e prende “autorialmente” la forma di un doloroso requiem per un mondo ormai in preda ad una violenza insensata ed assoluta.

Romero, che da sempre, come De Palma, fa politica con il cinema, nel quinto capitolo della saga dei morti viventi, non si limita ai soliti j’accuse nei confronti dell’esercito americano, al consueto ribaltamento di prospettiva che vede i neri e le donne (donne che per inciso filmano/sparano [“shoot”] meglio degli uomini) alla guida della parte razionale del mondo. Romero vede nei blogger e nel web l’unica via per un’informazione libera oltre ad una rivincita nella possibilità di esser visti e ascoltati, ma allo stesso tempo denuncia il rischio che la video-informazione rimanga ingabbiata nella sterile vanità di chi la propone (il compiacimento di Jason che uploada il video appena girato su myspace e si vanta di aver avuto 72.000 visite in otto minuti). E’ la vanità che spinge l’aspirante filmaker a costringere uno dei sopravviventi a ripetere l’entrata in una stanza per avere un raccordo migliore per il proprio film. “Vuoi che urli per la storia?” gli chiede la fidanzata, ad un certo punto. Se filmare è sentito come un dovere il pericolo di uno sguardo ottuso che mortifichi la vita (e il cinema) con esigenze da reality è sempre dietro l’angolo. Come uno zombi qualsiasi.
Ma soprattutto Romero del digitale mette in evidenza la lentezza, lo spengersi inesorabile delle batterie. Una batteria che si spenge ad esempio, realisticamente, proprio nel momento in cui nella scena dell’ospedale un secondo zombi sta attaccando il protagonista. E’ una rivincita del ruolo attivo, del montaggio e dello spettatore rispetto alla passività dello sguardo imposto dai vari blockbuster in soggettiva. Non ultimo Romero introduce il nero laddove questi, sovente, lo negavano, segue il perdersi degli sguardi nel fuori campo e nel campo vuoto. Se noi siamo gli zombi, come Romero ama ripetere da una vita, è altresì vero che il nostro sguardo globalizzato si sta gradualmente zombizzando. Il cinema è, come il web, una rivincita della lucidità, dell’intelligenza, il “look now!” sulle apocalissi che stiamo vivendo. Specie se lo riportiamo lontano dalle proprie vane ossessioni (di nuovo: quello “Shoot me” finale richiesto dal protagonista).

“Se gli spettatori sono disposti a credere che quello che succede in un qualsiasi reality show televisivo è la realtà allora io faccio un reality sulla guerra e trasformo la realtà in finzione, così che nessuno potrà farmi niente” dichiarava De Palma all’indomani della presentazione di Redacted al festival di Venezia.
Il marine che confessa davanti alla telecamera l’uccisione di un civile iracheno ha la goffa, ridicola, iperreale teatralità del reality show e il gesticolare tipico da star della tv (“Dobbiamo dare una lezione ai negri del deserto.” “E’ stato come sventrare un pesce”). Ha qualcosa del tragicomico televisivo che trascende nell’horror il dialogo dei due stupratori che parlano di sé in terza persona e si ripetono – come indicato loro dai superiori – “Niente domande…”, mentre dispensano humour nero scomodando armi di distruzione di massa per coprire lo stupro di una quindicenne per poi giustificarsi col motto: “Noi teniamo la merda lontani da casa”.
De Palma non si limita a scrutarli, ad accusare l’ipocrisia del governo americano, l’unico, per presunta superiorità civile, a giudicare “la natura barbarica dell’atto filmato”: lascia esplodere il punto di vista (e il giudizio morale) sui fatti, denunciando una strumentalizzazione delle immagini che va di pari passo alla frantumazione degli sguardi in schermi splittati, dissolti o spezzati in dissolvenze orribili: le zoomate iniziali, lente sui posti di blocco con la musica di Barry Lindon, le didascalie della televisione araba (“2000 iracheni morti nei posti di blocco/ soltanto 60 erano criminali/ nessuno è stato punito”), le interviste ai familiari delle vittime, l’immagine densa di pixel della ragazzina che inveisce contro gli americani su Youtube sono frammenti ricostruiti di una strategia della tensione tragicamente bi-partisan, che si inserisce, strage dopo strage, consequenzialmente alle immagini.

Se Romero rilegge 40 anni di storia dell’horror moderno, del new horror da lui stesso inaugurato (ringraziando nei titoli di coda Craven, Hooper e gli altri compagni), reiterandone le immagini o semplicemente richiamandole nel fuori campo fino a trasmutare lo spettacolo in pura teoria dell’orrore, la stessa potenza teorica trasuda dallo sguardo allucinato di De Palma, che da parte sua ripete immagini già viste, in altre forme, sul web, nei film di guerra, ripete cose già dette con altre parole, lascia evaporare l’essenza spettacolare del proprio cinema fino a lambire, nel “brutto del presente”, i territori antitetici, di pura essenza, di Godard e Kubrick.
Due sequenze per tutte, quelle che violentano la nostra quotidianità, la purezza dell’home movie: quella spietatamente ironica del clown-zombi che in Diary of the Dead aggredisce la famigliola americana nel giardino di casa e quella che vede il ritorno, negli States di uno dei soldati di Redacted, l’eroe di guerra immortalato da un fermo immagine che lascia trapelare la persistenza di un incubo senza fine.

Diary of The Dead è disponibile in versione DVD edizione speciale anche da Play.com; stessa cosa per redacted, acquistabile attraverso questo link. Di redacted ne avevamo parlato da questa parte durante le visioni di Venezia 64, influenzati dalla lettura de L’arte dell’accecamento di Paul Virilio.